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Punti di vista
Bioetica come condizione del vero progresso
L’articolo pubblicato sul magazine cartaceo WikiMilano (Estate 2026) a firma del magistrato Gustavo Cioppa, nostro editorialista.
"L’ essere umano contemporaneo è inquietante”: questa una celebre affermazione del filosofo Heidegger al giornale tedesco “Der Spiegel”, di quasi un secolo fa. Heidegger temeva il dominio della tecnica, in forma di “tecnocrazia”, nella quale egli ravvisava la “morte dell’Essere”, ossia la cessazione di quei valori di umanità, solidarietà e altruismo, sui quali si era fondata la civiltà umana. Ma è davvero così? Certo...il progresso non deve essere visto solo sotto il profilo tecnico e scientifico, ma in primo luogo sotto il profilo umano e morale. Non si deve invertire cioè il rapporto tra l’essere umano (soggetto) e la macchina (complemento di mezzo) (Galimberti). Eppure la scienza è un processo inarrestabile, come inarrestabile e il processo di sviluppo dell’intelligenza artificiale e lo stesso progredire di ogni ordinamento giuridico. È importante dunque imparare a convivere con questi processi, impegnandoci a renderli “umani”. Così, centrale è ancora una volta la bioetica, la quale armonizza lo sviluppo scientifico con inderogabili e non cedevoli principi etici e morali. La scienza, infatti, nel momento in cui è strumento di conoscenza (non già essa fonte di conoscenza tout court, cfr sul punto Kant e Popper), non deve limitarsi a “conoscere” in senso meramente intellettivo, ma anche a “ragionare”, in senso morale, posto che la ragione è intelligenza orientata al perseguimento del bene comune (S. Tommaso D’Aquino). In ciò sta il significato profondo di norme costituzionali come l’art. 2 Cost., secondo cui “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. La stessa Costituzione, nello statuire (art. 33 comma 1), che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, intende tale libertà non già in senso assoluto, ma siccome orientata entro principi razionali. In tale prospettiva merita allora di essere ricordata una celebre frase di Hegel, che spiega in uno la funzione del diritto e della bioetica, siccome “bussole orientative” della scienza: “ciò che è razionale è reale; ciò che è reale è razionale”. Con tale auspicio, Hegel stava infatti a indicare che la scienza non può mai essere scissa dall’etica, per funzionare correttamente. Di più: non solo ciò che è reale è razionale, ma è anche, necessariamente, “relazionale”, poiché la relazione tra gli esseri umani, come pure quella tra i vari settori del sapere, è fondamentale e postulato di ogni ordinamento organico, ossia “completo”. Così, Milano, città inclusiva e cosmopolita per antonomasia, è espressione suprema di questa “ragione” intellettuale e relazionale al tempo stesso, accogliendo molteplici e lodevoli progetti, per la messa a confronto e in dialogo di nuove idee e prospettive. Milano, sotto questo profilo, costituisce quasi il luogo simbolico ove l’ intreccio tra scienza, tecnica, diritto ed etica si manifesta con particolare capacità di sintesi e di sinergia. Come anticipato, con la nozione di “progresso” non si indica un mero “andare avanti”, bensì un “andare oltre”, siccome lo spirito delle norme giuridiche deve andare oltre la mera tecnica redazionale con cui sono state scritte. Negli ultimi anni, Milano ha assunto un rilievo crescente nel panorama delle scienze della vita, non soltanto per il numero e il livello delle ricerche sviluppate, ma anche e soprattutto per la capacità di dar vita a un tessuto scientifico e culturale nel quale università, ospedali, centri di ricerca e luoghi di alta formazione entrano costantemente in dialogo tra loro, secondo la filosofia cosmopolita e internazionale che caratterizza questa realtà metropolitana. Basti pensare a realtà come Human Technopole, sorto nell’area dell’ex Expo, o al ruolo svolto da atenei quali l’Università degli Studi di Milano e l’Università di Milano-Bicocca, i quali contribuiscono non solo alla formazione di nuove competenze, ma altresì all’edificazione di un’ idea della scienza sempre meno chiusa entro sintagmi predefiniti, di modo da rendere onore alla sua etimologia latina, da “scio”, ossia “conoscere” e “discernere”. D’altro canto, le trasformazioni più rilevanti del nostro tempo non nascono quasi mai all’interno di un solo ambito disciplinare, ma si collocano al crocevia tra più rami del sapere, siccome solo le foglie e gli arbusti possono prendere parte alla costituzione di un possente albero. Il progresso dunque non appare più come un moto lineare e autosufficiente, ma come una trama complessa, nella quale ogni passo in avanti esige un supplemento di coscienza. La medicina di precisione, le terapie geniche e cellulari, l’impiego crescente dell’intelligenza artificiale nei procedimenti diagnostici e terapeutici aprono, senza dubbio, possibilità straordinarie e fino a pochi anni fa impensabili. Pur tuttavia, proprio per questo è necessario riflettere su un ordine non solo tecnico, ma anche e soprattutto umano e morale. Sequenziare il genoma di un individuo, ad esempio, non significa unicamente ampliare l’orizzonte della diagnosi e della cura, bensì entrare in una regione estremamente sensibile, nella quale vengono in rilievo la protezione della riservatezza, la custodia dei dati, il rischio di nuove discriminazioni, la possibilità stessa che il sapere si trasformi, se male orientato, in forma di dominio. Analogamente, l’uso di algoritmi in campo sanitario non si esaurisce nell’introduzione di strumenti più rapidi o più sofisticati, poiché esso chiama in causa una questione essenziale, che nessuna civiltà giuridicamente ordinata può permettersi di eludere: a chi spetta, in ultima istanza, la responsabilità della decisione, quando la decisione stessa viene preparata, condizionata o suggerita da un apparato tecnico? È qui che la bioetica mostra la propria funzione più alta e nobile, e si comprende come essa non costituisca affatto un sapere marginale, né una remora esterna chiamata a frenare lo slancio della ricerca, ma un “quid” necessario, volto piuttosto a essere l’alpha e l’omega dell’orientamento umano. La bioetica, infatti, interviene là dove il progresso rischierebbe di ridursi a mera “esecuzione”, ricordando che non tutto ciò che è tecnicamente possibile, per ciò solo, è anche moralmente accettabile o giuridicamente sostenibile. Da ciò deriva anche il compito del diritto, il quale, in una società complessa, non può limitarsi a registrare passivamente i mutamenti prodotti dalla tecnica, ma è chiamato a tradurre in norme effettive ed efficaci quei lineamenti razionali (cfr la nozione di “rationes” in S. Tommaso D’Aquino) entro i quali il progresso può restare conforme alla dignità umana. Nel nostro ordinamento, il fondamento di tale opera di traduzione continua risiede anzitutto nella Costituzione, la quale pone al centro la persona (art. 1 Cost., art. 2 Cost.), la sua inviolabilità (art. 13 Cost., art. 14 Cost., art. 15 Cost.), il diritto alla salute (art. 32 Cost.), la solidarietà (art. 2 Cost.), e offre così il criterio supremo alla luce del quale leggere anche le questioni più nuove e apparentemente più lontane dalle forme tradizionali del giuridico. Da questi princìpi discendono discipline specifiche in materia di sperimentazione clinica, consenso informato, trattamento dei dati sanitari, decisioni sul fine vita; e tuttavia, in un contesto come quello milanese, stabilmente inserito entro reti di ricerca internazionali, il solo livello nazionale non appare più sufficiente a reggere l’intera complessità del fenomeno. Le normative europee, specie in materia di protezione dei dati e di regolazione dell’intelligenza artificiale, intervengono infatti in modo sempre più incisivo, dando luogo a un quadro stratificato, mobile, per molti aspetti ancora “in fieri”, nel quale il diritto è costretto a inseguire innovazioni che procedono con una rapidità spesso superiore alla sua capacità di disciplinarle in modo definitivo. Pur tuttavia, questa tensione, lungi dal costituire una patologia del progresso, ne rappresenta forse la condizione più seria e più feconda. Da una parte, infatti, vi è l’urgenza ell’innovazione, la necessità di sperimentare, di elaborare nuove risposte terapeutiche, di partecipare a una competizione scientifica ormai globale; dall’altra, vi è l’altrettanto necessaria esigenza di non smarrire il senso del limite, che non coincide affatto con una censura irrazionale della scienza, ma con la forma più alta della sua responsabilità. Fino a che punto è lecito intervenire sul corpo umano? In quale misura una tecnologia pensata per curare può finire, se non governata, per aumentare le disuguaglianze? In che modo si può custodire l’autonomia del paziente in un contesto sanitario sempre più affidato a sistemi automatizzati, opachi, difficilmente sindacabili? Sono domande che non ostacolano il progresso, ma lo costringono, per così dire, a giustificarsi dinanzi all’uomo, e dunque a diventare non solo più potente, ma anche più giusto. Per tale ragione, la bioetica non è un limite, ma una condizione preliminare del vero progresso, poiché soltanto una scienza che accetti di misurarsi con il ruolo centrale della persona può dirsi davvero umana. Milano, in questo senso, offre un esempio evidente, quasi paradigmatico, di ciò che oggi il progresso scientifico è chiamato ad essere: non un processo isolato da inferenze con altri rami del sapere e indifferente alle proprie conseguenze, ma un cammino che deve costantemente essere pensato, orientato, limitato e, proprio per questo, reso più efficiente. Scienza, diritto ed etica non costituiscono, allora, tre ambiti separati, ma tre dimensioni complementari di una medesima realtà, come Iride dalle multiformi facce (Platone). Soltanto dunque nel loro equilibrio è possibile impedire che l’innovazione degeneri in potenza cieca, o che la tecnica dimentichi il dato umano e finisca davvero col rovesciarsi contro il suo stesso postulato esistenziale.