Calabresi alla Festa dell'Unità di Milano: "Ripartire dagli invisibili". Welfare, giovani e sicurezza, ecco le sue priorità per il dopo-Sala
Nessuna candidatura ufficiale dal palco di via Oglio, ma una traccia programmatica netta. L'ex direttore di Repubblica rivendica l'eredità di Pisapia e Sala
Di ufficiale non c'è ancora nulla, e Mario Calabresi ha tenuto a dichiararlo davanti alla platea del Pd. "Non c'è fretta, le elezioni sono a maggio. Bisogna fare le cose con tranquillità", ha detto il giornalista e scrittore dal palco della Festa dell'Unità di Milano. Poi ha parlato per quaranta minuti di welfare, di giovani e di sicurezza, disegnando il perimetro di un programma che di fatto anticipa la corsa alle primarie del centrosinistra per la successione a Giuseppe Sala.
In via Oglio accanto a don Ciotti, con mezzo Pd in platea
Il palcoscenico non era neutro. Una delle prime uscite pubbliche dopo l'addio alla guida di Chora Media è coincisa con un dialogo sugli invisibili condotto insieme a don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, sull'arena centrale della festa.
Il campo da calcetto che ospita il palco principale non aveva posti liberi. Tra le sedie sedevano dirigenti e militanti del Partito democratico milanese, assessori e consiglieri comunali, ma anche una delegazione di Avs e Più Europa, arrivata a verificare di persona come il possibile candidato legge la città. Una composizione che diceva molto sul significato attribuito alla serata.
La critica alla Milano da vetrina
Il passaggio più nettamente politico ha riguardato il modo in cui Milano racconta se stessa. Grattacieli e vetrine non esauriscono il capoluogo lombardo, è stato il senso del ragionamento: prima di essere un modello economico, la città resta una comunità di persone in carne e ossa. Ne discende una indicazione di metodo per chi la governa. La politica, secondo Calabresi, dovrebbe "abbassare lo sguardo" e riservare attenzione quotidiana a chi ha meno strumenti per farsi ascoltare. Non un capitolo del programma tra gli altri, ma il criterio con cui misurare tutti gli altri.
Quindici anni di welfare, un'eredità da non smontare
Sul rapporto con le due amministrazioni che hanno preceduto il voto del prossimo maggio, Calabresi non ha lasciato spazio all'ambiguità. Ha rivendicato la propria collocazione nel centrosinistra e ha difeso il lavoro delle giunte guidate da Giuliano Pisapia e Giuseppe Sala, indicando le politiche di welfare e assistenza costruite in quindici anni come un riferimento per il resto del Paese.
Il riconoscimento si è tradotto in un ringraziamento nominale agli assessori che si sono avvicendati nella delega: Pierfrancesco Majorino, Lamberto Bertolè, Anna Scavuzzo e Gabriele Rabaiotti. La formula che ha usato per definire la propria posizione è quella di innovare senza smantellare ciò che ha funzionato, una linea di continuità dichiarata che lo distingue da chi, nel campo largo, chiede invece una discontinuità netta.
"Bisogna trattenere i giovani"
Il capitolo generazionale è quello in cui il ragionamento si è fatto più polemico. Molti ventenni e trentenni, ha osservato, si interrogano ogni giorno sulla possibilità concreta di continuare a vivere e a lavorare in una città dove il costo dell'abitare ha superato le loro retribuzioni. Da qui la contestazione a un dibattito pubblico che si concentra quasi per intero sugli arrivi dall'estero e ignora il movimento opposto, quello di una generazione che lascia l'Italia e Milano. Calabresi ha poi richiamato la presenza dei più giovani nelle mobilitazioni degli ultimi mesi, dal clima a Gaza fino al referendum sulla giustizia, per descriverli come una componente attiva e non residuale nella costruzione del futuro sociale.
Sicurezza, il terreno su cui il centrosinistra non vuole più arretrare
Sul tema che da mesi domina lo scontro politico milanese, Calabresi ha rifiutato la contrapposizione frontale. Garantire la sicurezza, ha sostenuto, non rappresenta un tabù per il centrosinistra ma un diritto fondamentale della convivenza civile, che riguarda per primi coloro che vivono nei quartieri più esposti. Sentirsi al sicuro è anche la condizione perché una generazione possa scegliere di restare nel Paese invece di cercare altrove le garanzie che qui non trova. Un modo per sottrarre la questione al lessico dell'emergenza e ricollocarla nel terreno delle condizioni di vita, dove il possibile candidato sembra intenzionato a giocare la sua partita.