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Al via in Bocconi la 14esima edizione del Salone della CSR e dell'innovazione sociale: oltre 500 relatori a confronto su crisi climatica, finanza e sport

Fino all'8 ottobre 250 organizzazioni e sei percorsi tematici all'Università Bocconi. Gli Osservatori Ipsos Doxa fotografano un paese pronto ad agire sul clima ma convinto che il singolo non possa fare la differenza

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Il Salone della CSR e dell'innovazione sociale occupa fino all'8 ottobre gli spazi dell'Università Bocconi di Milano. La quattordicesima edizione mette attorno allo stesso tavolo oltre 250 organizzazioni e più di 500 relatori, con una partecipazione attesa dell'ordine delle migliaia di presenze. Il programma si articola in sei percorsi tematici: accanto a "Rigenerare il pianeta", dedicato all'emergenza ambientale, figurano i filoni sul ridisegno delle relazioni, sul ripensamento della finanza, sulla gestione delle organizzazioni, sulla dimensione comunitaria e sul rinnovamento del mondo sportivo.


Diciannove appuntamenti sull'ambiente


Il capitolo ecologico raccoglie diciannove eventi, costruiti attorno a imprese, territori, città, agricoltura, finanza e abitudini quotidiane. L'impostazione scelta dagli organizzatori punta a superare il lessico dell'emergenza per tradurre l'inquietudine diffusa in interventi verificabili, leggendo la sostenibilità come fattore di prosperità, salute, sicurezza e qualità della vita. Un'impostazione che gli organizzatori collegano alle analisi dell'Agenzia europea dell'ambiente sul rapporto fra condizioni ambientali, resilienza e sviluppo.


Sobrero: "Serve rigenerare il territorio"


Per Rossella Sobrero, del gruppo promotore della manifestazione, il recupero degli ecosistemi non è più rinviabile e richiede una mobilitazione che attraversi istituzioni, organizzazioni e cittadini. Richiamando le posizioni dell'ambientalista Mathis Wackernagel, secondo cui l'unico futuro praticabile è quello rigenerativo, Sobrero distingue fra il semplice ripristino e un'azione capace di riportare in salute gli ambienti naturali. Riforestazione, recupero delle zone umide, bonifica dei siti contaminati e reintroduzione delle specie autoctone generano a suo avviso ricadute ambientali, sociali ed economiche. Le aziende che investono su questo terreno, aggiunge, non assolvono soltanto a un obbligo etico ma costruiscono valore nel tempo, aderendo a un modello che restituisce più di quanto sottrae.


Il paradosso dell'impotenza attiva


I numeri portati al Salone dagli Osservatori Ipsos Doxa restituiscono un quadro contraddittorio. Il 62% degli italiani ritiene che non ci sia più tempo da perdere e che occorra una risposta collettiva. Allo stesso tempo il 36% si dichiara bloccato dalla convinzione che il contributo del singolo conti poco in assenza di una trasformazione sistemica. È il meccanismo che i ricercatori chiamano "impotenza attiva": disponibilità ad agire e paralisi convivono nella stessa persona.


Quello che gli italiani sopravvalutano


La rilevazione segnala anche un errore di prospettiva. I cittadini attribuiscono un peso eccessivo a gesti come la raccolta differenziata o la riduzione degli imballaggi, mentre sottostimano scelte dall'impatto più consistente: la mobilità sostenibile, l'alimentazione, l'efficienza degli elettrodomestici e il contenimento dei consumi energetici. Ne deriva un senso di adeguatezza personale piuttosto diffuso, con il 71% che si dice già impegnato quanto possibile, accompagnato però dalla percezione di muoversi in un contesto distratto.


Il silenzio delle imprese


A quella percezione contribuisce la reticenza del mondo produttivo. Secondo i dati raccolti, in un dibattito pubblico sempre più polarizzato e davanti al rischio di finire dentro controversie politiche, molte aziende preferiscono operare senza comunicare: appena il 21% sceglie oggi di esporsi pubblicamente sui temi ambientali.


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