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Categoria: ARTE - CULTURA

Alla Fabbrica del Vapore di Milano arriva "Al Lavoro", la mostra sui diritti dei lavoratori: dalle fabbriche degli anni Settanta ai rider

Fotografie, video, documenti e opere d'arte ripercorrono mezzo secolo di conquiste e arretramenti. In esposizione anche un'installazione collettiva dedicata a chi è morto in cantiere e in fabbrica.

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Dal 18 settembre all'11 ottobre lo spazio Cisterne della Fabbrica del Vapore ospita "Al Lavoro", esposizione curata da Progetto Comunicazione con la collaborazione di Prospekt e dedicata ai diritti, alle vertenze e alle trasformazioni del lavoro in Italia. L'ingresso è gratuito.


Il percorso alterna fotografie, documenti d'archivio, video, testi, grafici e opere d'arte per affrontare i nodi che attraversano la questione: occupazione, retribuzioni, contratti, sicurezza e salute. La chiave di lettura consiste nel mettere a confronto la memoria delle stagioni conflittuali del passato con le forme che oggi assumono precarietà e sfruttamento.


Una mostra che si riscrive a ogni tappa


Il progetto non è nuovo, ma non è nemmeno lo stesso di diciotto anni fa. La prima edizione risale al 2008 a Palazzo Ducale di Genova, cui è seguito nel 2009 l'allestimento a Sesto San Giovanni, città che è stata a lungo definita la capitale del lavoro. Nel 2025 il lavoro è stato rifatto integralmente insieme all'agenzia fotografica Prospekt e presentato al Dumbo di Bologna. Una nuova revisione è arrivata quest'anno per la tappa genovese, in coincidenza con il venticinquesimo anniversario dei fatti del G8 del 2001. L'edizione milanese aggiunge una sezione con materiali e contenuti riferiti al territorio cittadino.


Sacchi: "Uno spazio nato dal lavoro"


Sulla scelta della sede è intervenuto l'assessore alla Cultura Tommaso Sacchi. "Ospitare alla Fabbrica del Vapore la mostra Al Lavoro significa offrire alla città un'occasione di riflessione sulle trasformazioni del mondo lavorativo e sul valore dei diritti", ha dichiarato. "Attraverso fotografie, documenti, video e opere d'arte, la mostra collega la memoria delle grandi stagioni del lavoro alle sfide del presente, con uno sguardo anche sul territorio milanese. Una scelta significativa per uno spazio nato dal lavoro e oggi dedicato alla cultura contemporanea".


Dalle catene di montaggio alla consegna a domicilio


Il percorso fotografico si muove per settori e per epoche. Comprende le grandi fabbriche degli anni Settanta, le mobilitazioni dei braccianti agricoli, il passaggio alla new economy, il lavoro precario e quello che la mostra definisce la tirannia degli algoritmi, la compressione dei salari, le difficoltà crescenti del comparto sanitario e le vertenze sindacali più recenti.


Le firme: quattro generazioni di fotografi


Le immagini esposte appartengono ad autori di epoche diverse. Accanto a nomi storici della fotografia sociale italiana come Paola Agosti, Gianni Berengo Gardin, Lucio Cavicchioni, Francesco Cito, Dino Fracchia, Fausto Giaccone, Silvestre Loconsolo, Uliano Lucas, Fernando Moleres, Carlo Orsi e Alberto Roveri, compaiono Elio Colavolpe, Claudia Corrent, Alessandro Digaetano, Massimo Di Nonno, Michele Lapini, André Lihon, Diambra Mariani, Francesco Merlini, Eros Mauroner, Samuele Pellecchia, Alexey Pivovarov e Massimo Sciacca, tra gli altri.


I rider parlano, e le morti sul lavoro hanno un monumento


Due sezioni si staccano dal registro fotografico. La prima raccoglie testimonianze video di lavoratori delle consegne registrate in diversi Paesi, che restituiscono in presa diretta le condizioni di un mestiere nato con la digitalizzazione.


La seconda è l'installazione "Non sono bianche queste morti", realizzata collettivamente per l'edizione 2026 e dedicata a chi ha perso la vita sul luogo di lavoro. Il titolo contesta la definizione corrente di "morti bianche", formula che suggerisce una fatalità priva di responsabili. Nel percorso trovano posto anche le sculture di Winfried Loeschburg.



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