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Arrestato con un machete in Stazione Centrale: detenuto di 30 anni muore suicida a San Vittore

Si chiamava Lamin Sonko, aveva 30 anni ed era originario del Gambia. È lui l’uomo che ha perso la vita nei giorni scorsi nel carcere milanese di San Vittore, dove era detenuto nella sezione ad alto rischio suicidario. Sonko era entrato a San Vittore il 18 maggio, dopo un episodio che aveva seminato il panico […]

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Si chiamava Lamin Sonko, aveva 30 anni ed era originario del Gambia. È lui l’uomo che ha perso la vita nei giorni scorsi nel carcere milanese di San Vittore, dove era detenuto nella sezione ad alto rischio suicidario.

Sonko era entrato a San Vittore il 18 maggio, dopo un episodio che aveva seminato il panico in stazione Centrale. Quel giorno era sceso da un treno proveniente dall’Emilia Romagna, aveva lasciato l’area dei binari e, rientrandovi poco dopo, aveva estratto un machete dallo zaino. Gli agenti della Polfer erano intervenuti cercando di farsi consegnare l’arma, ma senza successo: per immobilizzarlo era stato necessario ricorrere al taser. Sonko era stato quindi arrestato e trasferito nel carcere milanese.

Una diagnosi di psicosi e il collocamento in “cella liscia”

Secondo quanto riferisce la Fondazione Casa della Carità, Sonko era entrato a San Vittore con una diagnosi di psicosi ed era stato collocato direttamente in una cosiddetta “cella liscia”: uno spazio spoglio, privo di arredi, riservato ai detenuti considerati a rischio. Era ristretto senza indumenti, come previsto dal regime di quella sezione, non aveva accesso all’ora d’aria e non poteva partecipare alle attività promosse dalla Fondazione. Per diversi giorni avrebbe chiesto di poter chiamare la madre, senza che la richiesta venisse accolta.

Sonko si è impiccato nella sua cella. Soccorso tempestivamente dal personale del carcere, era stato trasportato d’urgenza in ospedale, dove è deceduto alcuni giorni dopo.

Le domande della Fondazione Casa della Carità

La vicenda ha suscitato una riflessione pubblica da parte di don Paolo Selmi, che ha scritto: “La domanda che ci facciamo è dunque perché una persona così vulnerabile si trovava in una cella e non in un servizio di cura?”. Il sacerdote ha aggiunto: “Non sapremo mai se concedere queste cose avrebbe cambiato il corso degli eventi, ma sappiamo che una persona sofferente è stata privata anche delle poche occasioni di relazione possibili nella sua situazione”. Una domanda che rimane aperta e che investe direttamente le responsabilità istituzionali nella tutela della salute mentale in carcere.

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