Caporalato in Lombardia, sette aziende su dieci irregolari: il caso consolato Usa è la punta dell’iceberg di un sistema radicato
I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro certificano un sistema trasversale: 68% di irregolarità su 13.726 controlli, con picchi del 75% nei cantieri
Il caso del consolato americano di Milano non è un episodio eccezionale ma la manifestazione più recente di un fenomeno strutturale. I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro relativi all’ultimo anno di monitoraggio in Lombardia parlano chiaro: su 13.726 accessi ispettivi complessivi effettuati nella regione, il tasso medio di irregolarità si attesta al 68%. Quasi sette aziende su dieci tra quelle controllate nascondono violazioni. Il settore con la percentuale più alta è l’Industria con il 71,5%, seguita dal Terziario al 69,8%, dall’Agricoltura al 65,4% e dall’Edilizia al 63,1%.
Nei cantieri il dato schizza al 75,6%: ponteggi non a norma e rischi di cadute
La situazione nei cantieri è ancora più critica. Quando il focus si sposta sulla salute e la sicurezza, la percentuale regionale sale al 75,6%, rivelando una diffusa presenza di omissioni, ponteggi non a norma e rischi di cadute dall’alto. Un quadro che il segretario generale di Filca Cisl Lombardia, Alem Gracic, descrive senza mezzi termini: “Abbiamo riscontrato una presenza del caporalato di più bassa leva immaginabile in un cantiere molto importante che dovrebbe essere tutelato e controllato. A differenza di tanti altri cantieri in città, in questo i nostri operatori sindacali non hanno avuto accesso”.
Il consolato Usa: pizzo da 5.000 euro, alloggio trattenuto, paghe da 2 euro l’ora
L’inchiesta sul nuovo consolato statunitense, definita “gigantesca” da Gracic, ha portato al fermo del manager turco Ulas Demir mentre tentava di imbarcarsi per Istanbul. I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno definito la situazione “para-schiavismo”. Gli operai, tutti di nazionalità indiana, venivano reclutati all’estero e costretti a versare un “pizzo” di 5.000 euro a intermediari prima ancora di mettere piede in Italia. Una volta assunti, il contratto prevedeva uno stipendio di circa 1.200 euro al mese con vitto e alloggio inclusi, ma l’azienda tratteneva quasi 900 euro per coprire queste spese, portando la retribuzione effettiva attorno ai 2 euro l’ora.