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Caporalato in piazza Duomo, ristoratrice indagata è cugina di un ex killer della mala milanese

L’inchiesta per sfruttamento del lavoro che coinvolge il “Pina Restaurant Cafè” di piazza del Duomo si arricchisce di un retroscena che intreccia cronaca giudiziaria e storia criminale della città. Giuseppa Maria Tocci, la ristoratrice indagata per caporalato ai danni di tre migranti, è infatti cugina di Giorgio Tocci, figura nota delle cronache giudiziarie milanesi: ex […]

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L’inchiesta per sfruttamento del lavoro che coinvolge il “Pina Restaurant Cafè” di piazza del Duomo si arricchisce di un retroscena che intreccia cronaca giudiziaria e storia criminale della città. Giuseppa Maria Tocci, la ristoratrice indagata per caporalato ai danni di tre migranti, è infatti cugina di Giorgio Tocci, figura nota delle cronache giudiziarie milanesi: ex poliziotto corrotto, arrestato nel 1985, divenuto poi killer professionista ai vertici del clan Flachi-Trovato e infine collaboratore di giustizia. Il suo nome è tornato a comparire negli ultimi due anni tra le carte dell’indagine della Procura di Milano sugli ultras di San Siro.

Il precedente del 2018: oltre un milione e mezzo in contanti

La posizione della cinquantanovenne non è nuova alle attenzioni degli inquirenti. Nel 2018, nel corso di una perquisizione, la donna fu trovata in possesso di più di 1,5 milioni di euro in contanti custoditi nella propria abitazione, ai quali si aggiungevano altri 367.500 euro rinvenuti in casa della sorella. Il denaro venne sequestrato e successivamente restituito in parte, ma quella scoperta le costò un’accusa di riciclaggio.

Da quell’imputazione la ristoratrice è uscita con un proscioglimento pieno. Secondo la ricostruzione iniziale della Procura, le somme sarebbero servite a ripulire i capitali sottratti al fallimento da sei milioni di euro della Rico srl, riconducibile a Michele Chiovetta. La titolare della Shelter srl, società che gestisce il “Pina Restaurant Café”, era stata anche intercettata mentre alludeva a somme da spostare da cassette di sicurezza presso istituti bancari. La donna spiegò e documentò però la provenienza di quel denaro, riconducendolo al “nero” della propria attività, una realtà con 22 dipendenti e un fatturato annuo di 3,5 milioni di euro relativo agli esercizi 2016, 2017 e 2018. In quel procedimento versò all’Agenzia delle Entrate quasi mezzo milione di euro.

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