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Caporalato nel food delivery: controllo giudiziario per Foodinho-Glovo a Milano

La Procura parla di compensi sotto la soglia di povertà e sfruttamento sistematico: nel mirino migliaia di rider in tutta Italia

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Un nuovo terremoto giudiziario investe il settore del food delivery. La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per caporalato nei confronti di Foodinho, la società che gestisce le consegne per Glovo in Italia. Il provvedimento, firmato dal pm Paolo Storari, punta i riflettori su un modello organizzativo ritenuto penalizzante per migliaia di rider, con retribuzioni giudicate incompatibili con una vita dignitosa. Secondo l’accusa, il sistema adottato avrebbe sfruttato lo stato di bisogno dei lavoratori, configurando una violazione strutturale delle norme sul lavoro.

Paghe sotto la soglia di povertà e contratti contestati

Dagli atti emerge un quadro definito “allarmante”. Le indagini parlano di circa 2mila rider attivi a Milano e fino a 40mila su scala nazionale, con compensi che in alcuni casi sarebbero risultati inferiori fino al 76% rispetto alla soglia di povertà e oltre l’80% sotto i minimi previsti dai contratti collettivi.

Nel mirino finiscono anche gli accordi siglati da Assodelivery e dal sindacato Ugl, ritenuti non sufficienti a garantire tutele adeguate. Per la Procura, le retribuzioni non sarebbero proporzionate né alla quantità né alla qualità del lavoro svolto, violando il principio costituzionale di un’esistenza libera e dignitosa.

Il controllo giudiziario non comporta la sospensione del servizio di consegne. La misura prevede l’affiancamento alla società di un amministratore giudiziario, scelto tra professionisti iscritti all’albo, con il compito di vigilare sulla gestione e autorizzare gli atti aziendali.

Il pm Storari: “Sfruttamento che va avanti da anni”

Nel decreto, il pm Paolo Storari parla di una situazione di illegalità protratta nel tempo, che avrebbe colpito “numerosissimi lavoratori” costretti a operare con compensi sotto la soglia di povertà. Una condizione definita urgente, perché lo sfruttamento dello stato di bisogno sarebbe ancora in corso e andrebbe fermato senza indugi. Alla guida del percorso di risanamento è stato nominato l’amministratore giudiziario Adriano Romanò, incaricato di avviare la regolarizzazione dei rider e di rivedere l’organizzazione aziendale per evitare il ripetersi delle criticità contestate.

Le testimonianze dei rider: “Sempre controllati, pagati a consegna”

Nei verbali raccolti dagli inquirenti emergono racconti di controllo costante e compensi ridotti all’osso. Alcuni rider hanno riferito di essere monitorati in tempo reale tramite app e GPS, con penalizzazioni in caso di ritardi. Il guadagno medio dichiarato oscilla tra i 2,50 e i 3,70 euro a consegna, anche dopo giornate da 12 ore in sella.

C’è chi racconta di percorrere fino a 60 chilometri al giorno per arrivare a fine mese con meno di mille euro, sostenendo in autonomia costi e rischi, dalla manutenzione della bici agli eventuali furti. “Mi sento solo un numero”, si legge in uno dei verbali.

Algoritmi e lavoro: il nodo della gestione digitale

Al centro dell’inchiesta c’è anche il ruolo dell’algoritmo. Secondo la Procura, la piattaforma gestirebbe l’assegnazione delle consegne e le retribuzioni attraverso parametri di performance come puntualità, disponibilità e tasso di accettazione, configurando una vera e propria etero-organizzazione digitale del lavoro. Un sistema che, per gli inquirenti, limiterebbe l’autonomia dei rider, pur in presenza di contratti formalmente autonomi.

Un settore già sotto osservazione della magistratura

L’indagine su Foodinho si inserisce in un filone giudiziario ormai consolidato. Negli anni scorsi, il settore del delivery è stato più volte oggetto di interventi della magistratura, con vertenze civili e procedimenti penali. Il caso più eclatante resta quello di Uber, accusata di caporalato e uscita dal mercato italiano dopo il contenzioso. Ora, con il controllo giudiziario su Foodinho-Glovo, il dibattito sulle condizioni dei rider e sul modello delle piattaforme digitali torna al centro dell’attenzione, rilanciando la questione di come conciliare innovazione, diritti e dignità del lavoro.

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