Cecchini a Sarajevo, la testimonianza dell’ex compagna dell’uomo perquisito: “Mi disse di aver ucciso persone in Bosnia, partiva da Milano per i weekend di guerra”
Il 64enne perquisito dal ROS dei carabinieri nell’inchiesta della Procura di Milano sui volontari italiani che sparavano ai musulmani tra il 1992 e il 1995: sequestrati un silenziatore e una fotografia con una “conta dei morti”
Una testimonianza raccolta a verbale dall’ex compagna convivente di un pensionato 64enne residente in provincia di Alessandria getta nuova luce sull’inchiesta coordinata dal procuratore di Milano Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis sui cosiddetti “cecchini del weekend” a Sarajevo, attivi tra il 1992 e il 1995. L’uomo è stato perquisito oggi dal ROS dei carabinieri nell’ambito del procedimento, nel corso del quale gli sono stati sequestrati un silenziatore e una fotografia ritenuta investigativamente rilevante.
Il racconto della notte: l’incubo e la confessione spontanea
Secondo quanto messo a verbale dalla donna, tutto emerse nel corso di una notte in cui i due convivevano. Dopo aver guardato insieme un film di guerra, l’uomo ebbe un incubo, si svegliò di soprassalto colpendo involontariamente la compagna. Alla sua richiesta di spiegazioni, le avrebbe rivelato di aver avuto quegli incubi perché “in passato aveva ucciso delle persone”, raccontandole di essere andato a combattere in Bosnia durante la guerra degli anni Novanta. Le avrebbe spiegato che partiva da Milano in aereo insieme ad altre persone per fare quello che lui stesso definiva un “weekend”, con lo scopo di fare il cecchino e sparare ai musulmani. In una fase successiva, avrebbe smesso con i soggiorni brevi per trattenersi in zona di guerra per periodi più lunghi.
Il silenziatore e la foto-lasciapassare con la conta dei morti
La testimonianza dell’ex compagna descrive anche due oggetti che l’uomo avrebbe custodito gelosamente. Il primo è un silenziatore per armi, di cui le aveva riferito di essere in possesso. Il secondo è una fotografia che nel decreto viene descritta come un vero e proprio lasciapassare per le zone di combattimento: l’immagine lo ritraeva in piedi in posa militare, con indosso una divisa non convenzionale. Sul retro della foto compariva una scritta in lingua straniera che, secondo quanto riferito dall’uomo alla donna, costituiva un’autorizzazione ad accedere alle zone di guerra.
La particolarità più inquietante riguarda i segni riportati sulla fotografia stessa: cerchi o righe che, sempre stando al racconto dell’uomo, corrispondevano alle persone uccise durante i combattimenti, confermando una sorta di conta personale delle vittime. Entrambi gli oggetti descritti dalla testimone, il silenziatore e la fotografia, sono stati effettivamente rinvenuti e sequestrati nel corso della perquisizione odierna.