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La chiusura delle botteghe storiche a Milano: tra progresso e perdita di identità

L’adattamento della tradizione nella città che cambia Di Laura Bajardelli In questi giorni, passeggiando per le vie di Milano, può capitare di imbattersi in una singolare svendita di cimeli della musica e dello spettacolo oltre che di sedie, tavolini, zuccheriere e tutto quello che si può trovare in un caffè storico di fianco alla Scala. […]

Di

L’adattamento della tradizione nella città che cambia

Di Laura Bajardelli

In questi giorni, passeggiando per le vie di Milano, può capitare di imbattersi in una singolare svendita di cimeli della musica e dello spettacolo oltre che di sedie, tavolini, zuccheriere e tutto quello che si può trovare in un caffè storico di fianco alla Scala. E a pochi passi, in uno dei ristoranti storici e iconici, è stato servito l’ultimo pranzo di Natale. Poco importa se negli archivi di Maria Teresa d’Austria risultava già in attività dal 1696. Non è solo e semplicemente un altro negozio che chiude a causa del caro affitti e delle nuove abitudini di consumo, è proprio un pezzo della storia di Milano e dei milanesi, della tradizione quotidiana o delle occasioni speciali, dei punti di riferimento che svaniscono e di cui tra pochi mesi già non ci si ricorderà più. In una città che ha nel proprio DNA l’obbligo del progresso continuo non può esserci troppo spazio per la malinconia.

L’impulso allo sviluppo nel DNA

È vero, infatti, che lo sviluppo portentoso della città di Milano è iniziato nel diciottesimo secolo spinto dall’impulso incessante sulla via del progresso, ma oggi come allora capita che i milanesi, di nascita o d’adozione possano sentirsi smarriti e spaesati. La riprova che veramente oggi è come allora la troviamo sfogliando il bel libro del 1931 del Touring Club dedicato alla Lombardia della serie “Attraverso l’Italia – illustrazione delle regioni italiane”. Tra le immagini in bianco e nero su una carta ingiallita dal tempo, ci sono testi di grande attualità, iniziamo con la presenza dei visitatori stranieri e di come la città e i milanesi riescano ad essere accoglienti: “Dai valichi montani non erano scesi per lunghi secoli che eserciti devastatori ed ora invece riprendevano quella via commercianti tedeschi, artigiani svizzeri, letterati, artisti, divulgatori di nuove teorie, sia pure speciose, venuti di Francia e Inghilterra. Punto d’arrivo e luogo di sosta era per tutti costoro Milano, ove l’imperatrice Maria Teresa tollerò lo stabilimento di una crescente colonia di protestanti e gli innumerevoli visitatori stranieri non avevano affatto quell’impressione di essere spaesati, che li colpiva, e non di rado li incantava, al primo giungere a Venezia, a Firenze, a Roma e a Napoli. Non solo, dunque, dal punto di vista economico ma anche da quello dell’atteggiamento dei suoi abitanti”. È senz’altro positivo che i visitatori non si sentissero e non si sentano spaesati, e infatti Milano negli ultimi anni è diventata una meta ambita dai turisti. Però non bisogna dimenticare che l’incanto è sinonimo di magia, Venezia e Firenze restano nel cuore per la loro unicità (anche se un po’ sovraffollata).

La meno tipicamente italiana tra omologazione ed esclusività

Già, i milanesi! fieri di essere sempre un passo avanti rispetto al resto d’Italia ma sempre convinti di essere unici e speciali. E il vecchio libro descrive così la città: “Milano ha assunto ed adempiuto il compito di tramite tra l’Italia e i popoli vicini. Questo torna a dire che di tutte le principali città della penisola, all’infuori di Torino, che è stata per tanto tempo sottoposta all’influenza francese, Milano è certo la meno tipicamente italiana. Il suo primo aspetto è già da parecchio tempo e va diventato ogni dippiù, medio-europeo, e non di rado ci accade perfino di udire gli americani del nord e del sud confessare che qui si sentono a casa loro, elogio pronunciato con intenzione cordiale e ricevuto, a dire il vero, con sentimenti molto vari, dagli autentici milanesi”. Sicuramente per molti visitatori stranieri è rassicurante trovare catene commerciali e marchi internazionali, e sicuramente anche molti milanesi li apprezzano, leggendoli come segnali di apertura al mondo, lasciandosi sempre più alle spalle il provincialismo italiano. Per non parlare dei negozi e dei locali più scintillanti che trasmettono un po’ di quel brillio anche a chi può solo guardarli da fuori. E così, non appena chiude una sartoria artigianale, un negozio di stampe antiche o una pasticceria storica, subito emergono attività destinate a una clientela esclusiva, con negozi di lusso e ristoranti stellari. In tanti altri casi, il vuoto viene riempito da grandi brand internazionali e franchising offrendo prodotti e servizi standardizzati che si possono trovare in qualsiasi parte del mondo. Pur arricchendo l’offerta della città, sia i prodotti standardizzati sia quelli inaccessibili alla maggior parte dei cittadini creano un senso di distacco e alienazione dei residenti.

La qualità della vita tra Milano e Bergamo

Altro tratto interessante che accomuna le diverse epoche, già cent’anni fa si avvertiva che il tempo dell’uomo iniziava a mal conciliarsi con quella del progresso a tutti i costi, ma non ci si poteva fermare a pensare a un modello diverso.E il traffico era un problema già nel lontano 1931: “Certo la vita affannosa e gli ostacoli alla circolazione (…) sono un sintomo rivelatore del ritmo troppo accelerato di un’operosità modellata su quella delle grandi capitali estere come Berlino, Parigi, Londra e New York”.  Ma quando nei giorni scorsi il Sole24Ore ha pubblicato l’esito della propria indagine sulla qualità della vita nelle città italiane, il vecchio libro ha assunto un’aura diversa, trasformandosi nel libro delle profezie: “La difesa (della fisionomia della città) ha dovuto però forzosamente restringersi ad una serie di punti staccati, e Milano ha perduto l’opportunità, così ben tesoreggiate da più piccole città lombarde, come Bergamo, di dare il più ampio sviluppo alle nuove costruzioni su aree del tutto estranee al nucleo originario lasciato intatto con tutti i suoi caratteri estetici. (…) Altre terre che meglio abbian saputo salvaguardare l’impronta storica ed artistica di glorie secolari. Troppo tardi, ahimè, vi è chi comincia ad accorgersi del danno inutilmente recato all’aspetto generale di una città che era così ricca di ampie corti e di ancora più spaziosi giardini e tenta di porre un freno alla distruzione di quelle zone”. Bergamo è in testa alla classifica 2024 delle città italiane per qualità della vita, mentre Milano è dodicesima.

Adattarsi per sopravvivere

Milano, città rinomata per la sua moda, il design e la finanza, sta vivendo un nuovo periodo di cambiamento che minaccia la sua identità, storica, culturale e sociale. Un esempio eclatante sono le botteghe storiche: custodi di tradizioni, di storie familiari e di un patrimonio che ha contribuito a definire l’anima della città. Qualcuno potrebbe obiettare che le botteghe non sfuggono alla teoria evoluzionistica di Darwin: solo i più forti, o meglio, quelli che sanno adattarsi di più, sopravvivono. In un mercato sempre più competitivo, la capacità di adattamento alle nuove dinamiche economiche e le esigenze dei consumatori moderni diventa quindi fondamentale. Alcune botteghe storiche riescono a sopravvivere e prosperare reinventandosi, aggiornando la loro offerta e abbracciando nuove tecnologie e strategie di marketing. Tuttavia, per molte altre, questo processo di adattamento risulta troppo arduo, portando inevitabilmente alla chiusura.

Qualcuna fortunatamente, pur chiudendo la sede originale, riuscirà a riaprire in un altro posto, portando con sé la memoria e la tradizione, il gusto, lo stile, i prodotti e servizi di alta qualità e attenzione al dettaglio difficili da trovare altrove. La loro presenza continua a rappresentare un legame con il passato e un valore aggiunto per il presente. Milano però deve stare attenta a non snaturarsi troppo, a bearsi del cambiamento per il gusto del cambiamento e pensare di essere Milano senza milanesi. Probabilmente meglio rivolgerci alla Madonnina, anzi alle 4 Madonnine che vegliano sulla città: O mia bela Madunina che te brillet de lontan …

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