Dal Pride di Milano al terrore di Kabul: la libertà LGBTQIA+ negata che l’Occidente dimentica
Il 28 giugno il Pride torna a Milano. Ma a migliaia di chilometri, in Afghanistan, essere LGBTQIA+ significa vivere nascosti. E spesso, non sopravvivere. Milano – Sabato 28 giugno Milano si vestirà di arcobaleno. Tra cori, musica, slogan e bandiere, il Pride tornerà a invadere le strade del capoluogo lombardo. Segno di una società che, […]
Il 28 giugno il Pride torna a Milano. Ma a migliaia di chilometri, in Afghanistan, essere LGBTQIA+ significa vivere nascosti. E spesso, non sopravvivere.
Milano – Sabato 28 giugno Milano si vestirà di arcobaleno. Tra cori, musica, slogan e bandiere, il Pride tornerà a invadere le strade del capoluogo lombardo. Segno di una società che, almeno in parte, ha fatto passi avanti nel riconoscere diritti e identità.
Ma mentre Milano celebra, altrove ci si deve ancora nascondere per sopravvivere. In Afghanistan, una manifestazione del genere non è solo impensabile: è un rischio mortale. A Kabul, come in molte altre città afghane, l’identità LGBTQIA+ non solo non viene riconosciuta, viene anche attivamente perseguitata. Lì, l’amore – se non conforme ai dettami fondamentalisti – è un crimine.
Afghanistan: dove essere LGBTQIA+ è una condanna a morte
Dall’agosto 2021, quando i talebani hanno ripreso il potere, l’Afghanistan è precipitato in un regime di terrore per chiunque non rientri nei rigidi dogmi islamisti. Per le persone LGBTQIA+, ogni forma di visibilità è una condanna. E non esiste alcuna forma di tutela legale, anzi. L’omosessualità è punita con la prigione, le torture o la morte.
Le denunce raccolte da Human Rights Watch, Rainbow Railroad e OutRight International parlano di persecuzioni sistematiche: violenze sessuali, arresti arbitrari, sparizioni. Alcuni attivisti raccontano di essere stati venduti dalle proprie famiglie. Altri, picchiati dalla polizia religiosa, o violentati nei centri di detenzione. Molti sono spariti. Tanti provano a fuggire. Pochissimi ci riescono.
Asilo negato in Europa: sopravvivere in fuga, morire nei dossier
Per chi riesce a fuggire, l’inferno non finisce ai confini. In Europa – e anche in Italia – molte richieste di asilo vengono respinte. Tra le motivazioni: “mancanza di coerenza nella narrazione”, oppure “possibilità di nascondere la propria identità”. È un paradosso: chi ha vissuto nascondendosi viene accusato di non dimostrare abbastanza chi è.
E così, i rifugiati LGBTQIA+ afghani si trovano in limbo: sopravvissuti a un regime che li voleva annientare, ora rispediti verso quello stesso abisso da Paesi che si dicono difensori dei diritti umani.
Oltre i confini: il Pride come ponte, non come bolla
Celebrare l’orgoglio al Pride di Milano, senza guardare chi è ancora in pericolo, significa isolare la lotta. La vera battaglia per i diritti è quella che sa attraversare i confini. “Abbiamo bisogno che parliate di noi”, scrive un’attivista afghana fuggita in Turchia. “Ci serve che qualcuno urli quello che noi non possiamo neanche sussurrare”.
Oggi a Kabul non si può marciare, ma Milano può dare voce e visibilità alla comunità afghana. Portando cartelli, raccontando storie, chiedendo all’Italia e all’Europa politiche d’asilo più giuste, promuovendo reti internazionali di accoglienza. Perché nessuna libertà sarà pienamente conquistata finché qualcuno, nel mondo, sarà ancora costretto a nascondersi per esistere.