Fondazione Asilo Mariuccia, due donne su tre escono dalla violenza e trovano lavoro
Duecentosedici persone accolte nel corso del 2025. Ma il dato che meglio racconta l’efficacia del modello riguarda l’uscita, non l’ingresso: delle 37 ospiti inserite in percorsi di formazione, 24 hanno trovato un’occupazione. Il 65 per cento, due su tre. È uno dei risultati più significativi che emergono dal bilancio sociale presentato dalla Fondazione Asilo Mariuccia, […]
Duecentosedici persone accolte nel corso del 2025. Ma il dato che meglio racconta l’efficacia del modello riguarda l’uscita, non l’ingresso: delle 37 ospiti inserite in percorsi di formazione, 24 hanno trovato un’occupazione. Il 65 per cento, due su tre. È uno dei risultati più significativi che emergono dal bilancio sociale presentato dalla Fondazione Asilo Mariuccia, realtà che si conferma tra i punti di riferimento lombardi nell’accoglienza delle persone in condizione di fragilità.
Chi sono le persone accolte
Il perimetro dell’intervento è ampio e articolato. Delle 216 persone seguite nell’anno, 57 sono donne con figli vittime di violenza, 109 sono bambini, 50 sono minori stranieri non accompagnati o provenienti dal circuito penale minorile. Complessivamente rappresentano 31 nazionalità differenti. A sostenerle, una struttura organizzativa che conta 79 collaboratori e 28 volontari.
Il lavoro come leva di libertà
I settori nei quali si è concretizzato l’inserimento professionale sono l’assistenza privata e familiare, la ristorazione e il commercio. Un dato che assume rilievo alla luce di una considerazione di fondo: l’indipendenza economica costituisce uno degli strumenti più efficaci per costruire una vita affrancata dalla violenza, restituendo la possibilità concreta di decidere del proprio futuro e di quello dei figli.
Baio: “Metterla al sicuro è il primo passo, ma non basta”
“Ogni donna che accogliamo arriva con una storia diversa, ma tutte condividono lo stesso bisogno: poter ricominciare. Metterla al sicuro è il primo passo, ma non è sufficiente”, osserva Emanuela Baio, presidente della Fondazione. “Il nostro compito è accompagnarla verso una nuova autonomia, personale, abitativa, lavorativa ed economica, perché solo quando una donna torna a essere libera di scegliere può dirsi davvero concluso il percorso di uscita dalla violenza. I risultati del bilancio sociale ci confermano che questo obiettivo è possibile quando, accanto alle persone, si costruisce una rete capace di sostenerle nel tempo e di restituire opportunità concrete di futuro”.
Un sistema integrato
Il documento, intitolato “La forza delle reti per un vero cambiamento”, mette al centro la logica della collaborazione. Istituzioni, enti del Terzo settore, imprese, fondazioni, associazioni e realtà civiche concorrono a comporre un dispositivo capace di seguire la persona lungo l’intero arco del percorso, dall’accoglienza in fase emergenziale fino al reinserimento sociale e lavorativo. Un impianto che, nelle intenzioni, trasforma i servizi di welfare in una risorsa per il territorio nel suo complesso.
Il Centro Antiviolenza Ersilia Bronzini: 200 donne dal 2024
Un capitolo specifico riguarda il Centro Antiviolenza Ersilia Bronzini, inaugurato nel giugno 2024. Da allora ha preso in carico 200 donne, con una concentrazione nella fascia tra i 30 e i 44 anni (37 per cento). Nel solo 2025 il Centro ha ricevuto 116 richieste di aiuto, attivato 15 percorsi di supporto psicologico, realizzato 27 consulenze legali e accolto 8 donne insieme a 13 minori nelle due case rifugio a indirizzo segreto gestite dalla Fondazione.
Salati: “Il nostro lavoro non si esaurisce nell’emergenza”
“Quando una donna ci contatta, raramente cerca soltanto un luogo sicuro. Chiede di non essere giudicata, di non sentirsi più sola e di poter immaginare un futuro diverso per sé e per i propri figli”, spiega Sofia Leda Salati, responsabile del Centro. “Per questo il nostro lavoro non si esaurisce nell’emergenza: attraverso l’ascolto, il sostegno psicologico e legale, l’orientamento al lavoro e il lavoro di rete costruiamo, passo dopo passo, un percorso di libertà e autonomia. Ogni storia ha tempi diversi, molte donne arrivano a noi dopo anni di isolamento sociale, paura e violenza e tutte meritano la possibilità di ricominciare”.
Il contesto nazionale: quasi una donna su due non è autonoma economicamente
I numeri della Fondazione si collocano dentro una cornice nazionale che resta gravosa. Secondo i dati Istat, il 31,9 per cento delle donne tra i 16 e i 75 anni, vale a dire circa sei milioni e 400mila persone, ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. E tra le oltre 36.400 donne che nel 2024 hanno intrapreso un percorso di uscita dalla violenza, il 45,5 per cento non dispone di autonomia economica. Un dato che spiega perché la Fondazione abbia scelto di concentrare l’impegno proprio su questo fronte, trasformando la protezione iniziale in un cammino verso l’indipendenza attraverso il sostegno educativo, psicologico, abitativo e lavorativo.
La rete dei servizi: dalle case rifugio all’housing sociale
L’infrastruttura costruita nel tempo comprende oggi un Centro Antiviolenza, due case rifugio a indirizzo segreto, cinque comunità educative destinate a nuclei mamma-bambino e a minori stranieri non accompagnati tra Milano e la provincia di Varese, diciotto appartamenti per l’autonomia mamma-bambino, tre alloggi di semi-autonomia rivolti a minori soli a partire dai 17 anni e cinque appartamenti in housing sociale realizzati in collaborazione con il Comune di Corbetta.