Il tribunale di Milano chiude il Pandorogate: Chiara Ferragni prosciolta, cade l’accusa di truffa. “È finito un incubo, giustizia è stata fatta”
La decisione del tribunale di Milano
Si chiude senza conseguenze penali il processo che ha visto Chiara Ferragni imputata per truffa aggravata nel cosiddetto Pandorogate. Il giudice Ilio Mannucci Pacini ha dichiarato il non luogo a procedere nel rito abbreviato. La decisione arriva dopo che è venuta meno l’aggravante contestata: senza di essa, il reato risulta perseguibile solo su querela. Querela che, nel frattempo, è stata ritirata.
Perché l’accusa è caduta
La procura di Milano aveva chiesto una condanna a un anno e otto mesi, ma la remissione delle querele ha fatto venir meno il presupposto giuridico dell’azione penale. In particolare, il Codacons ha ritirato la denuncia, facendo decadere l’impianto accusatorio. Di conseguenza, il tribunale ha stabilito che non sussistono le condizioni per procedere oltre.
Le prime parole di Ferragni: “È finito un incubo”
All’uscita dal tribunale, l’influencer e imprenditrice digitale è apparsa visibilmente emozionata.
“Sono commossa. Ringrazio i miei avvocati e tutte le persone che mi sono state vicine”, ha dichiarato. Poi ha aggiunto: “Sono stati anni molto duri, avevo fiducia nella giustizia e oggi posso dire che giustizia è stata fatta”.
Che cos’era il Pandorogate
L’inchiesta era nata alla fine del 2023 e riguardava alcune operazioni commerciali legate a prodotti a marchio Chiara Ferragni, tra cui il Pandoro Pink Christmas del Natale 2022 e le Uova di Pasqua vendute tra il 2021 e il 2022. Secondo l’accusa iniziale, i consumatori sarebbero stati indotti a credere che l’acquisto dei prodotti fosse direttamente collegato a iniziative benefiche, ipotesi che aveva portato a contestare una presunta truffa aggravata.
Il danno d’immagine e le indagini
Al di là dell’esito giudiziario, il caso ha avuto un forte impatto sulla figura pubblica di Ferragni e sulle sue attività imprenditoriali. Gli accertamenti della Guardia di Finanza avevano ipotizzato un ingiusto profitto di oltre 2 milioni di euro, contestazione che ha alimentato un dibattito nazionale su comunicazione, marketing e beneficenza.
Durante il processo, Ferragni ha sempre sostenuto di aver agito in buona fede, escludendo qualsiasi intento fraudolento. I suoi legali hanno ribadito l’assenza di artifici o raggiri e la mancanza di soggetti effettivamente truffati.