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Imprese familiari italiane, la longevità come vantaggio competitivo: all’Ambrosiana il confronto sul passaggio generazionale che coinvolgerà 2 milioni di aziende

“Generazioni in dialogo. Cultura d’impresa tra memoria e futuro”, il convegno promosso da I Centenari, Associazione Aziende storiche Familiari Italiane, in collaborazione con Museimpresa

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Lungimiranza, visione, apertura internazionale, innovazione e un pizzico di fortuna. È questa la combinazione che permette a un’impresa di superare il secolo di vita e di affrontare le sfide del presente. È il filo conduttore emerso a “Generazioni in dialogo. Cultura d’impresa tra memoria e futuro”, il convegno promosso da I Centenari, Associazione Aziende storiche Familiari Italiane, in collaborazione con Museimpresa, svoltosi oggi alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano. Imprenditori, manager e accademici si sono confrontati su un tema che nei prossimi anni investirà una parte significativa del tessuto produttivo nazionale: nei prossimi dieci anni circa 2 milioni di imprese italiane saranno coinvolte in un passaggio generazionale, una fase storicamente critica per la continuità aziendale. Le imprese familiari rappresentano oltre l’80% del sistema imprenditoriale italiano, ma meno del 30% supera i passaggi generazionali più complessi e solo il 18% ha pianificato adeguatamente un cambio di leadership nei prossimi cinque anni.

Colli: “Vent’anni fa bastava una formula, oggi non basta più”

Andrea Colli, professore ordinario di Storia Economica e Geopolitica all’Università Bocconi, ha identificato nella difficoltà di lasciare andare il principale ostacolo al ricambio: chi guida tende a voler perpetuare ciò che ha funzionato, mentre le nuove generazioni temono di modificarlo per paura di fallire. “La globalizzazione ha imposto un’accelerazione che ha spiazzato chi non ha saputo o voluto aprirsi a una dimensione europea e globale”, ha osservato, indicando nella diversificazione e nella prudenza strategica le competenze distintive delle imprese familiari di successo.

Il paradosso italiano è che proprio la longevità, in un Paese che conta tra i maggiori al mondo per numero di imprese ultracentenarie, può trasformarsi in vantaggio competitivo sui mercati globali. Ma solo a condizione di sapere tradurre la memoria in strategia, non in nostalgia.

Cilento: “Passaggio, passione e pianificazione. L’erede non è sempre il migliore”

Il presidente de I Centenari Ugo Cilento ha sintetizzato la sfida del ricambio in tre concetti: passaggio, passione e pianificazione. “Non esiste una pozione magica per durare: servono un pizzico di fortuna e, soprattutto, la capacità di affidare l’azienda alla persona più idonea a portarla avanti, che non è sempre l’erede diretto”, ha dichiarato, precisando che ciò che conta è la presenza di competenza, professionalità e cultura d’impresa, oltre alla passione. L’Associazione riunisce realtà con almeno cento anni di gestione ininterrotta da parte della stessa famiglia, custodi di un saper fare che Cilento ha definito “la storia stessa del made in Italy”.

Dalla Scuola di Atene al Codice Atlantico: la cultura d’impresa come leva competitiva

Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa, ha collegato il patrimonio culturale delle imprese italiane alla loro capacità di competere sui mercati internazionali, richiamando due testimonianze conservate dall’istituzione ospitante: il cartone della Scuola di Atene di Raffaello e il Codice Atlantico di Leonardo. “Inventiva e storia: è questo il patrimonio che ci ha resi il quinto esportatore al mondo”, ha affermato.

Antonello Grimaldi, Segretario Generale della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, ha offerto una chiave di lettura applicabile tanto alle istituzioni culturali quanto alle imprese: “Si conserva qualcosa non solo per custodirlo, ma per valorizzarlo, innovarlo e comunicarlo. Saper trasformare la memoria, rendendola viva, è fondamentale per chiunque faccia impresa.”

Coelmo, Distillerie Berta, Amaro Lucano: quando la storia si costruisce controcorrente

Alla tavola rotonda hanno portato la propria testimonianza alcune delle imprese familiari più longeve del Paese. Marco Monsurrò, CEO di Coelmo, ha raccontato come la svolta internazionale della sua azienda, oggi alla terza generazione, sia nata da una scelta controcorrente rispetto alla volontà dei genitori: “Partimmo per l’Iraq quasi da diseredati, su chiamata delle Nazioni Unite, e tornammo con il contratto che ha poi definito una pietra miliare della nostra storia.” Un episodio che illustra concretamente come, nelle imprese familiari, il coraggio di discostarsi dalla formula consolidata possa rivelarsi la mossa che garantisce la continuità nel lungo periodo.

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