Inchiesta stadio San Siro, gli indagati contestano i sequestri e ricorrono al Riesame
Parte la controffensiva legale
Nuovi sviluppi nell’indagine sulla cessione dell’area di Stadio San Siro, al centro di un’inchiesta della Procura di Milano. Alcuni degli indagati, tra cui il direttore generale del Comune Christian Malangone, si preparano a impugnare i sequestri di dispositivi informatici davanti al Tribunale del Riesame. Il ricorso, che dovrà essere presentato entro i termini previsti, punta a contestare la legittimità delle perquisizioni effettuate nei giorni scorsi, aprendo un nuovo fronte giudiziario nella vicenda.
Il nodo dei dispositivi e delle password
Al centro della disputa c’è la decisione di Malangone di non fornire le password di accesso ai dispositivi sequestrati. Una scelta consentita dalla legge, ma poco frequente in contesti simili, che ha acceso il confronto tra accusa e difesa.
Secondo gli inquirenti, quei dispositivi rappresenterebbero una fonte fondamentale per ricostruire i rapporti tra il Comune e i club coinvolti nell’operazione. Di segno opposto la posizione della difesa, che contesta le modalità di acquisizione dei dati, ritenute troppo estese e invasive. Il legale sostiene che vi fosse disponibilità a consegnare i materiali pertinenti al dossier San Siro, ma non ad aprire integralmente contenuti personali e professionali accumulati negli anni.
Le accuse e il contesto dell’indagine
L’inchiesta, coordinata dalla Procura milanese, ipotizza i reati di turbativa d’asta e rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito dell’operazione che ha portato alla vendita dell’area a Inter e Milan. Secondo gli investigatori, si tratterebbe di un’operazione con una forte componente speculativa, inserita in un percorso più ampio di valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico cittadino.
Il timore: investitori pronti a ritirarsi
La difesa alza i toni anche sul piano economico e politico. Secondo il legale di Malangone, l’inchiesta rischia di avere effetti immediati sul progetto del nuovo stadio. Il timore è che l’incertezza giudiziaria possa allontanare gli investitori, con possibili ricadute sui tempi e sui costi dell’operazione. Non si esclude, inoltre, che possano emergere contenziosi legali nei confronti del Comune, qualora il progetto dovesse subire uno stop.
Chat e documenti: i sospetti sulla procedura
Sul fronte investigativo emergono elementi che rafforzerebbero l’impianto accusatorio. Tra questi, documenti e scambi di messaggi tra funzionari e amministratori che, secondo i pm, indicherebbero una procedura pubblica più formale che sostanziale. Alcune conversazioni farebbero riferimento alla necessità di confermare l’esistenza di alternative progettuali, pur in presenza di un percorso già orientato. Un elemento che, per l’accusa, suggerirebbe una gestione non del tutto trasparente dell’iter.