La Scala, annullato il licenziamento della maschera che gridò “Palestina libera”: il teatro dovrà risarcirla
Il Tribunale del Lavoro annulla il licenziamento della maschera della Scala: risarcimento e spese di lite a carico del teatro.
Il Teatro alla Scala è stato condannato a risarcire la maschera licenziata dopo aver pronunciato la frase “Palestina libera” mentre era in servizio lo scorso 4 maggio, poco prima di un concerto alla presenza della premier Giorgia Meloni e dei delegati della Asian Development Bank. Secondo la sentenza, il teatro dovrà corrispondere tutte le mensilità previste dal momento del licenziamento fino alla naturale scadenza del contratto a termine, oltre alle spese legali.
Per il sindacato: “Licenziamento politico”
A diffondere la notizia è la Cub, che parla apertamente di un provvedimento di natura politica. «Il tribunale ha confermato ciò che sosteniamo da mesi: esprimere un’opinione non è un reato», ha dichiarato Roberto D’Ambrosio, rappresentante del sindacato. Con l’assistenza dell’avvocato Villari, la lavoratrice – sostenuta nei mesi successivi da colleghi e attivisti – otterrà il ristoro economico dovuto.
Il caso e la mobilitazione
L’episodio era avvenuto in un contesto istituzionale particolarmente delicato, fatto che aveva portato il teatro a procedere con il licenziamento immediato. Il sindacato, però, ha denunciato fin da subito un abuso disciplinare, sostenendo che i lavoratori non possono essere puniti per le proprie opinioni politiche se espresse senza ledere la sicurezza dell’evento.
Appello alla Scala e nuove iniziative
Dopo la sentenza, la Cub chiede ora che alla lavoratrice venga rinnovato il contratto, evitando ulteriori contenziosi. Il sindacato, inoltre, ha ringraziato chi ha partecipato alle mobilitazioni promosse nei mesi scorsi e invita a prendere parte alle prossime iniziative: lo sciopero generale del 28 novembre e la manifestazione nazionale pro-Palestina del 29 novembre a Milano, con ritrovo alle 14 in piazza XXIV Maggio.