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Maxi processo Hydra, riconosciuto il “sistema mafioso lombardo”: 62 condanne e confische per mezzo miliardo

La sentenza sull’inchiesta Hydra certifica l’alleanza tra Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra in Lombardia: 62 condanne e maxi confische.

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La giustizia milanese ha scritto una pagina pesante nella lotta alla criminalità organizzata. Con la sentenza emessa il 12 gennaio nell’aula bunker del carcere di Opera, il gup Emanuele Mancini ha riconosciuto l’esistenza di un vero e proprio “sistema mafioso lombardo”, dando ragione all’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia nell’ambito dell’inchiesta Hydra.

Secondo i giudici, in Lombardia operava una struttura stabile in cui Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra collaboravano nella gestione degli affari illeciti, superando confini geografici e tradizionali appartenenze. Un’alleanza funzionale, pensata per controllare attività economiche, traffici e flussi finanziari tra Milano, Varese e altri territori strategici del Nord.

I numeri del verdetto: condanne e assoluzioni

Il processo celebrato con rito abbreviato si è concluso con 62 condanne, pene fino a 16 anni di carcere e 18 assoluzioni. Nove imputati hanno patteggiato, mentre undici sono stati prosciolti in udienza preliminare. Per altri 45 imputati si aprirà ora il processo ordinario, con la prima udienza fissata a marzo.

La pena più severa è stata inflitta a Massimo Rosi, ritenuto figura apicale della ’ndrangheta. Condanne rilevanti anche per soggetti legati ai mandamenti siciliani e ai clan campani e calabresi, a conferma di una rete criminale ampia e trasversale, capace di operare come un’unica organizzazione.

I collegamenti con Messina Denaro

Tra gli imputati rinviati a giudizio figura anche Paolo Aurelio Errante Parrino, indicato dagli inquirenti come referente in Lombardia degli ambienti vicini a Matteo Messina Denaro. Un elemento che rafforza l’ipotesi di legami diretti tra la criminalità del Nord e i vertici storici di Cosa Nostra.

Maxi confische: nel mirino quasi 500 milioni

Accanto alle condanne, il giudice ha disposto confische per circa mezzo miliardo di euro. Si tratta di somme ritenute frutto delle attività illecite, tra beni già sequestrati, crediti fiscali considerati fittizi e patrimoni riconducibili agli imputati. Le misure diventeranno definitive con il passaggio in giudicato della sentenza.

Le parole dei collaboratori di giustizia

Determinanti, nel processo, anche le dichiarazioni di nuovi collaboratori, che hanno parlato apertamente di un “nuovo sistema” nato in Lombardia, capace di mettere insieme le tre grandi mafie italiane. Testimonianze che hanno rafforzato il quadro accusatorio e contribuito al riconoscimento giudiziario dell’organizzazione unitaria.

Il gup ha inoltre riconosciuto il diritto al risarcimento per le parti civili, tra cui Comune di Milano, Regione Lombardia, Città metropolitana e associazioni antimafia. Un segnale simbolico e concreto contro un fenomeno che, secondo la sentenza, ha inciso profondamente sul tessuto economico e sociale del territorio.

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