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Milano-Cortina 2026: l’Olimpiade della comunicazione (e della pazienza)

Mentre la città racconta progresso e innovazione, i cittadini vedono cantieri, ritardi e dubbi: cosa non sta funzionando nello storytelling istituzionale? Di Milano-Cortina 2026 ho già scritto. Ne ho parlato come di un’occasione preziosa per ridefinire l’identità della città e per lasciare un segno tangibile, oltre l’evento sportivo. Ma più passano i mesi, più mi […]

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Mentre la città racconta progresso e innovazione, i cittadini vedono cantieri, ritardi e dubbi: cosa non sta funzionando nello storytelling istituzionale?

Di Milano-Cortina 2026 ho già scritto. Ne ho parlato come di un’occasione preziosa per ridefinire l’identità della città e per lasciare un segno tangibile, oltre l’evento sportivo. Ma più passano i mesi, più mi accorgo che a Milano non è solo la realizzazione delle opere a fare notizia, quanto la distanza — crescente — tra il racconto ufficiale e la percezione reale.

Lo storytelling olimpico c’è, eccome. È fatto di video patinati, slogan su inclusione e sostenibilità, rendering affascinanti, grandi visioni urbane. Un racconto costruito con tutti gli strumenti della comunicazione contemporanea: multicanalità, branding, promesse. Ma c’è un altro racconto, silenzioso ma diffuso: quello dei milanesi che ogni giorno convivono con cantieri eterni, deviazioni, disagi, lavori che sembrano procedere a rilento.

Basta sfogliare i gruppi di quartiere su Facebook o leggere i commenti sotto i post ufficiali per cogliere il cambio di tono: frustrazione, ironia amara, disincanto. I cittadini non sono contrari all’Olimpiade. Sono contrari a non essere ascoltati, a non capire, a non vedere trasparenza nel percorso. E questo, in una città come Milano che vive di reputazione e visione, è un problema di comunicazione.

L’impressione è che le istituzioni parlino all’esterno — al CIO, agli investitori, alla stampa internazionale — ma trascurino il dialogo interno. Manca una regia narrativa che sappia tenere insieme le aspettative e le fatiche, le ambizioni e la realtà. Manca, forse, un piano editoriale pensato per i milanesi, che racconti lo stato delle cose con onestà, coinvolgimento e chiarezza.

L’Olimpiade si farà. Milano sarà pronta. Ma perché sia anche un successo civico, non solo infrastrutturale, occorre ripensare subito il modo in cui la città racconta se stessa ai propri abitanti. Serve un cambio di tono, un’operazione verità. Serve una narrazione che non ignori le criticità, ma le affronti. Che non venda sogni, ma costruisca fiducia.

In fondo, le grandi opere si fanno anche con le parole giuste.

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