Milano, oltre 100 scienziate lanciano il Manifesto per le ricercatrici italiane: 10 azioni contro i bias di genere e il soffitto di cristallo nella ricerca biomedica
Fondazione Onda ETS e le Top Italian Women Scientists presentano a Palazzo Lombardia il primo documento programmatico per la parità nelle carriere accademiche. Dal 57% di laureate al 29% di professoresse ordinarie: i numeri di un divario strutturale.
In Italia le donne rappresentano il 57,3% dei laureati e superano il 42% dei dottori di ricerca in ambito STEM, valore superiore alla media europea del 37%. Eppure la loro presenza si riduce drasticamente salendo nella gerarchia accademica: dal 50% delle ricercatrici a tempo determinato in ambito biomedico si arriva al 29% dei professori ordinari. Il divario retributivo di genere nel settore universitario e della ricerca pubblica si attesta al 16,6%, mentre il cosiddetto “maternal wall” continua a rappresentare lo spartiacque più netto: il momento critico coincide con la pianificazione familiare, quando le carriere femminili subiscono la divaricazione più marcata nel passaggio da ricercatrice a professoressa associata.
Il Manifesto: dieci azioni prioritarie per un sistema più equo
Da questa consapevolezza nasce il primo Manifesto di Fondazione Onda ETS e delle Top Italian Women Scientists (TIWS), presentato oggi a Milano a Palazzo Lombardia in occasione della cerimonia di premiazione del Club TIWS, che quest’anno celebra il suo decimo anniversario. Oltre 100 scienziate hanno sottoscritto un documento che individua dieci azioni prioritarie strutturate attorno a temi precisi.
Promuovere l’equità di genere garantendo pari opportunità di accesso, sviluppo e avanzamento di carriera, contrastando ogni forma di discriminazione diretta e indiretta. Riconoscere e superare i bias di genere attraverso strumenti di valutazione trasparenti e criteri oggettivi nei processi di selezione, finanziamento e promozione. Contrastare stereotipi e discriminazioni sistemiche con programmi di formazione e sensibilizzazione. Valorizzare la leadership femminile favorendo l’accesso delle donne a ruoli decisionali e di governance. Promuovere modelli di carriera flessibili che riconoscano percorsi non lineari e contestualizzino le interruzioni professionali. Rafforzare il mentoring e le reti di supporto per le giovani ricercatrici, valorizzando figure femminili di eccellenza come modelli di riferimento per le nuove generazioni.
Il Manifesto prevede inoltre l’integrazione della dimensione di genere nella progettualità della ricerca e nei protocolli sperimentali – inclusa la sperimentazione clinica – una maggiore partecipazione delle donne allo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale, politiche concrete di supporto alla genitorialità e all’equilibrio vita-lavoro, e un impegno multi-stakeholder che coinvolga istituzioni, università, enti di ricerca e settore privato in una strategia condivisa.
Le voci delle protagoniste
Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS, ha definito il Manifesto “uno strumento strategico per promuovere modelli più equi, trasparenti e meritocratici”, sottolineando come rappresenti “un punto di partenza per un cambiamento sistemico fondato su azioni concrete: mentoring, modelli di carriera flessibili, integrazione della medicina di genere e coinvolgimento di tutti gli stakeholder”.
Adriana Albini, presidente del Club TIWS, ha inquadrato l’iniziativa come un ampliamento dello sguardo scientifico: “Investire nella ricerca biomedica delle donne significa renderla più rappresentativa, innovativa e inclusiva”. Sonia Levi, vicepresidente del Club, ha concluso con una sintesi netta: “Questo decalogo non propone solo una questione femminile, ma una revisione globale del modo in cui facciamo ricerca. Una scienza che non discrimina è, semplicemente, una scienza migliore”.
La posizione di Regione Lombardia
L’assessore regionale all’Università, Ricerca e Innovazione Alessandro Fermi ha definito il Manifesto “un passaggio concreto verso una vera trasformazione culturale della comunità scientifica”, sottolineando come costruire una comunità scientifica più inclusiva non debba più essere considerato un obiettivo accessorio, ma “una condizione necessaria per generare innovazione di qualità e rendere il sistema più equo, competitivo e capace di rispondere alle sfide della società contemporanea”.