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Milano Pride 2026: esercenti di Porta Venezia disertano la parata tra ordinanze sulla movida e tensioni politiche

Non è una presa di distanza dal Pride in quanto tale, ma una scelta di protesta politica nei confronti di chi lo organizza. Borgo delle Perse e LeccoMilano, due tra i locali più noti della comunità LGBTQIA+ milanese e del quartiere di Porta Venezia, hanno annunciato che quest’anno non parteciperanno con il proprio carro alla […]

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Non è una presa di distanza dal Pride in quanto tale, ma una scelta di protesta politica nei confronti di chi lo organizza. Borgo delle Perse e LeccoMilano, due tra i locali più noti della comunità LGBTQIA+ milanese e del quartiere di Porta Venezia, hanno annunciato che quest’anno non parteciperanno con il proprio carro alla parata che attraverserà Milano dalla stazione Centrale all’Arco della Pace. “Lo facciamo perché ci sentiamo soli”, spiegano i titolari, indicando nel silenzio delle associazioni del coordinamento Pride la causa principale della loro decisione.

Chi ha costruito il quartiere arcobaleno ora si sente abbandonato

La protesta affonda le radici in una rivendicazione precisa: quella del ruolo svolto negli anni dagli esercenti nella trasformazione di Porta Venezia in uno dei principali luoghi di aggregazione LGBTQIA+ d’Italia. “Non abbiamo solo aperto dei locali: abbiamo creato luoghi di aggregazione, di incontro, di cultura e di politica per la comunità milanese, quando quasi nessuno lo faceva”, affermano Borgo delle Perse e LeccoMilano.

L’identità arcobaleno del quartiere, diventato nel tempo una destinazione riconosciuta anche all’estero e celebrata persino nella segnaletica della metropolitana, non sarebbe dunque il frutto di una trasformazione spontanea ma di investimenti e presenza continuativa di imprenditori che oggi sostengono di non essere stati ascoltati nel momento più difficile.

L’ordinanza sulla movida: 48 ore di preavviso con contratti già firmati

Al centro della rottura c’è il provvedimento comunale entrato in vigore l’11 giugno, che vieta la vendita da asporto dalle ore 22 e impone la chiusura dei dehors a mezzanotte nel quartiere Lazzaretto-Melzo. Gli esercenti contestano non soltanto il contenuto dell’ordinanza ma le modalità con cui è stata introdotta: la comunicazione sarebbe arrivata con appena 48 ore di anticipo rispetto alla pubblicazione, quando contratti stagionali e assunzioni erano già stati definiti.

Le ricadute, sostengono, non riguardano soltanto i bilanci dei locali ma anche i posti di lavoro di persone appartenenti alla stessa comunità, che in questi spazi hanno trovato “non solo un impiego ma uno spazio in cui esistere liberamente”. La rinuncia al carro rappresenta così una forma di pressione nei confronti delle associazioni del coordinamento, accusate di non aver preso posizione con sufficiente nettezza contro le restrizioni. I due locali tengono tuttavia a precisare di non voler delegittimare la manifestazione, definita “un atto politico e di libertà che va difeso e celebrato”.

Il nodo Gaza e le divisioni sul documento politico del Pride

Alla tensione interna sulla movida si sovrappone un fronte più ampio, legato al documento politico del Pride milanese, che collega le discriminazioni contro le persone LGBTQIA+ ad altre forme di violenza e suprematismo nel mondo. Il testo cita esplicitamente il “genocidio a Gaza” e la “pulizia etnica in Cisgiordania”, una formulazione che aveva già generato frizioni con una parte della comunità ebraica cittadina. La presidente di Arcigay Milano Alice Redaelli aveva chiarito che la posizione del Pride sulla difesa dei diritti umani è storicamente coerente, precisando che nessuna organizzazione ebraica aveva presentato una richiesta ufficiale di partecipazione alla manifestazione.

Sul punto è intervenuto anche Klaus Davi, che si definisce “gay e sionista”, contestando l’uso del termine genocidio nel documento e chiedendo pubblicamente agli organizzatori se la sua presenza alla parata sarebbe ancora considerata gradita o se il Pride milanese sia aperto soltanto a chi condivide quella lettura del conflitto israelo-palestinese. Una provocazione che apre un ulteriore fronte di discussione in una vigilia già segnata da tensioni interne alla comunità.

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