Oltre mille euro di tasca propria per curarsi: la Lombardia è la regione italiana con la spesa sanitaria privata pro-capite più alta. Il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà
Oltre mille euro di tasca propria: la Lombardia guida la classifica nazionale della spesa diretta
La Lombardia detiene un primato poco invidiabile: la spesa sanitaria pro-capite sostenuta direttamente dai cittadini — la cosiddetta spesa out-of-pocket — è la più alta d’Italia, superando i mille euro annui. Un dato che stride con il PIL regionale, il più elevato del Paese, e che segnala una frattura tra ricchezza aggregata e accesso effettivo alle cure per fasce crescenti di popolazione.
È quanto emerge dal diciannovesimo Rapporto annuale della Fondazione per la Sussidiarietà, “Sussidiarietà e… salute”, realizzato in collaborazione con ricercatori di undici atenei e istituti di ricerca italiani e internazionali, tra cui Università Bicocca, Bocconi, Cattolica, Ca’ Foscari, Università di Pavia, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e University of York.
Rinuncia alle cure: liste d’attesa e costi come principale barriera
Secondo i dati Istat 2026, il 5,3% dei lombardi dichiara di aver rinunciato ad accertamenti medici, posizionando la regione al settimo posto nella graduatoria nazionale. La percentuale sale al 9,5% per le visite specialistiche. Le motivazioni sono chiare: il 53,4% delle rinunce è attribuibile alle liste d’attesa troppo lunghe, il 33,6% ai costi eccessivi delle prestazioni — tra ticket e visite private cui si ricorre quando il pubblico non è tempestivo — e l’11,9% all’eccessiva distanza dai servizi.
Sul fronte delle tempistiche, la Lombardia garantisce il rispetto dei tempi previsti nell’84,54% delle visite specialistiche e degli esami diagnostici da erogare entro dieci giorni dalla prescrizione (fonte Agenas 2023), collocandosi al dodicesimo posto tra le regioni italiane, appena sopra la media nazionale dell’82,87%. Un risultato che, per la prima regione del Paese per prodotto interno lordo, appare lontano dalle attese.
La rinuncia alle cure non è distribuita uniformemente: nel 20% della popolazione con reddito più basso la percentuale di chi rinuncia oscilla tra il 12 e il 15%, contro il 3-5% dei più abbienti. Un rapporto di uno a tre che misura concretamente la distanza tra universalismo formale e accesso reale.
Il peso del privato accreditato: 27,2% della spesa pubblica sanitaria
Il sistema sanitario lombardo si caratterizza per una presenza particolarmente significativa di privati accreditati — ospedali convenzionati, specialistica ambulatoriale, riabilitazione, residenzialità — cui viene destinato il 27,2% della spesa pubblica sanitaria regionale. È la seconda percentuale più alta in Italia dopo il Lazio (29,3%), a fronte di una media nazionale del 20,3%.
I dati sul fatturato rivelano una concentrazione ulteriore: su oltre 500 tipologie di intervento, il settore privato ne copre la metà già con sole 25 prestazioni, mentre il pubblico ne richiede 43. Nella città di Milano, considerando anche i pazienti provenienti da fuori regione, la sanità privata raggiunge percentuali tra l’85 e il 97% degli interventi e ricoveri in cardiologia, cardiochirurgia e ortopedia, settori ad alta remunerazione.
L’upcoding e le distorsioni del sistema DRG
Il Rapporto richiama due studi scientifici che hanno analizzato le distorsioni nel sistema dei rimborsi ospedalieri lombardi legate al fenomeno dell’upcoding, ovvero la pratica di codificare le schede di dimissione in modo da ottenere rimborsi più elevati. Le ricerche (Berta et al. 2010; Vittadini et al. 2012) hanno esaminato il sistema prima e dopo la riforma del 2008, che ha vincolato il rimborso “con complicanze” a una soglia minima di degenza coerente con la gravità dichiarata.
I risultati mostrano che dopo la riforma tutti gli istituti hanno ridotto l’upcoding, ma con intensità diversa: gli ospedali privati non profit hanno registrato una riduzione del 7,4%, quelli privati profit del 6,7%, mentre gli ospedali pubblici si sono fermati al 3,3%. Il dato indica che prima della riforma il fenomeno era più diffuso nel privato, mentre il pubblico risultava meno reattivo agli incentivi economici del sistema DRG.
La proposta: governance sussidiaria per correggere le distorsioni di mercato
Di fronte a questo quadro, il Rapporto avanza una proposta articolata fondata sul concetto di governance sussidiaria. Sul piano del finanziamento, si indicano un incremento consistente della spesa sanitaria, l’introduzione di budget di cura per pazienti cronici e fragili, modelli di capitation aggiustati per complessità e sistemi di valutazione basati sugli outcome di salute effettivi.
Sul piano regolatorio, si chiede alla Regione di utilizzare in modo coordinato tutti gli strumenti disponibili: meccanismi di finanziamento, sistemi di valutazione e leve di incentivazione, per orientare i comportamenti degli erogatori verso i reali bisogni di salute della popolazione, correggendo le dinamiche opportunistiche che penalizzano le prestazioni meno remunerative a favore di quelle più redditizie.
Vittadini: “L’universalismo non è un costo, è un’infrastruttura sociale”
Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, ha sintetizzato la posizione del Rapporto in termini netti: “La salute è un diritto fondamentale. Un Sistema Sanitario Nazionale universalistico non è solo salute, ma è collante sociale, volano di sviluppo e della stessa democrazia. L’universalismo non è un costo da contenere, ma un’infrastruttura sociale essenziale.”
Vittadini ha poi identificato nel deficit di governance la causa principale dell’espansione delle logiche di mercato: “Dove manca visione e capacità di governo, si inseriscono logiche di mercato e cresce la disuguaglianza.” In Lombardia, ha concluso, la forte integrazione del privato accreditato con il sistema pubblico richiede un governo attento e strutturato, capace di orientare tutti gli erogatori pubblici e privati verso obiettivi coerenti con il diritto universale alla salute.