Omicidio di Fabio Ravasio a Parabiago: confermata la condanna all’ergastolo per Adilma Pereira Carneiro
Dopo dodici ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Busto Arsizio ha emesso il verdetto sul delitto del 9 agosto 2024: riconosciuta l’aggravante della premeditazione per tutti gli imputati tranne uno
La morte di Fabio Ravasio non fu un incidente stradale. È questa la conclusione della Corte d’Assise di Busto Arsizio, presieduta dal giudice Giuseppe Fazio con Marco Montanari a latere, che nella tarda serata di lunedì 15 giugno ha emesso la sentenza sul delitto avvenuto a Parabiago il 9 agosto 2024. Dopo circa dodici ore di camera di consiglio, i giudici hanno pronunciato tre ergastoli e condanne severe per gli altri cinque imputati, accogliendo parzialmente le richieste del pubblico ministero Ciro Caramore, che ne aveva chiesti cinque.
Le condanne: tre ergastoli e pene fino a 24 anni
Il “fine pena mai” è stato disposto per Adilma Pereira Carneiro, la cinquantenne brasiliana fidanzata della vittima e soprannominata la “mantide”, per Fabio Lavezzo e per Marcello Trifone. Gli altri cinque imputati hanno ricevuto pene detentive significative: 24 anni per Massimo Ferretti, 23 per Igor Benedito, 22 per Mohamed Dahibi, 14 anni e 4 mesi per Mirko Piazza e 14 anni per Fabio Oliva. A tutti, tranne Oliva, è stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione.
I ruoli nel piano omicida: dall’investimento alla copertura
La ricostruzione processuale ha attribuito a ciascun imputato una funzione specifica nell’esecuzione del delitto. Benedito era alla guida dell’auto che travolse Ravasio, con Trifone seduto al suo fianco. Lavezzo, compagno della figlia di Pereira Carneiro, avrebbe avvisato Benedito del passaggio della vittima in bicicletta, rendendo possibile l’investimento. Ferretti, indicato come l’amante della presunta mandante, avrebbe concorso con lei nella pianificazione dell’omicidio. Piazza avrebbe svolto un ruolo di collegamento tra i complici, Dahibi avrebbe simulato un malore in strada per bloccare il traffico e agevolare l’azione, mentre Oliva si sarebbe occupato di riparare l’auto utilizzata per il delitto.
Dal pirata della strada all’omicidio costruito: come cambiò il quadro investigativo
Ravasio, 52 anni, stava rientrando a casa in bicicletta quando venne travolto e ucciso. Nelle prime ore, la vicenda era stata interpretata come un tragico investimento da parte di un automobilista fuggito. Le indagini successive hanno progressivamente smontato questa lettura, facendo emergere un piano premeditato in cui l’incidente stradale era la copertura costruita per mascherare il delitto. Il pm Caramore aveva descritto Pereira Carneiro come “un abisso di immoralità, capace di manipolare chiunque per i suoi scopi”, indicandola come la figura centrale e il motore dell’intera operazione.
Le difese e le dichiarazioni spontanee di Pereira in aula
Nel corso dell’udienza precedente alla camera di consiglio, Pereira Carneiro aveva preso la parola per negare ogni coinvolgimento. “Non c’era alcun motivo economico. Non avevo bisogno di far fuori Fabio”, aveva dichiarato, sostenendo di essere stata a sua volta vittima di stalking da parte di Ferretti e di aver appreso solo a posteriori che questi cercava qualcuno disposto a uccidere Ravasio.
La donna aveva anche denunciato quella che definiva una “manipolazione mediatica” e lamentato la scomparsa di un telefono cellulare potenzialmente utile alla sua difesa. I suoi legali, Mattia Fontanesi e Denise Pedrali, avevano chiesto l’assoluzione sostenendo che le chiamate in correità degli altri imputati fossero prive di riscontri univoci e caratterizzate da contraddizioni. Il presidente Fazio aveva inoltre disposto la trasmissione di alcuni atti alla Procura per valutare se le accuse formulate da Pereira in aula integrassero gli estremi del reato di calunnia.
Le parti civili: “Sentenza giusta, riconosciuta la premeditazione per tutti”
A esprimere soddisfazione dopo il verdetto sono stati gli avvocati Francesco Arnone e Vincenzo Montalbano, che assistono Annamaria Trentarossi, Mario Ravasio e Giuseppe Ravasio, rispettivamente i genitori e il cugino della vittima. “Siamo soddisfatti dalla sentenza, è una sentenza giusta”, hanno dichiarato, aggiungendo di ritenerla coerente con l’andamento del processo e con il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione per la quasi totalità degli imputati. I familiari diretti di Fabio Ravasio hanno invece scelto il silenzio, mantenendo quella riservatezza che ha accompagnato l’intera vicenda processuale.