Pandoro gate, la Procura chiede 20 mesi per Chiara Ferragni: “Agito sempre in buona fede”
La Procura di Milano chiede un anno e 8 mesi per Chiara Ferragni nel caso “pandoro e uova solidali”. L’influencer si difende: “Nessuna truffa, tutto in buona fede”.
Nuovo capitolo nel “Pandoro gate”. La Procura di Milano ha chiesto una condanna a un anno e otto mesi per Chiara Ferragni, imputata nel processo con rito abbreviato per concorso in truffa aggravata e continuata. L’inchiesta riguarda le campagne commerciali del Pandoro Balocco Pink Christmas del 2022 e delle Uova di Pasqua Dolci Preziosi, entrambe promosse come iniziative legate alla beneficenza.
Con lei sono a processo anche Fabio Maria Damato, suo ex manager, per il quale è stata chiesta la stessa pena, e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia, per cui i pm hanno richiesto un anno.
Ferragni in aula: “Abbiamo sempre agito in buona fede”
Presentandosi di nuovo in tribunale, l’imprenditrice digitale ha rilasciato una dichiarazione spontanea: “Tutto ciò che abbiamo fatto è stato in buona fede, nessuno ha lucrato”. All’uscita dall’aula, ha aggiunto solo: “Sono fiduciosa”.
La difesa, affidata agli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, sostiene che non sia stato commesso alcun reato e ricorda che Ferragni ha già effettuato donazioni complessive per 3,4 milioni di euro, ritenendo così risolto ogni profilo amministrativo.
Il ruolo “preminente” dell’influencer secondo i magistrati
Durante la requisitoria, il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli hanno ricostruito il quadro accusatorio: secondo la Procura, Ferragni e Damato avrebbero avuto un ruolo dominante nella definizione delle campagne e nel modo in cui veniva comunicata la finalità solidale.
L’accusa sostiene che i consumatori siano stati indotti a credere che una parte del prezzo, superiore al normale, sarebbe stata devoluta a progetti benefici. In realtà – spiegano i pm – Balocco aveva stabilito una donazione fissa di 50mila euro, indipendente dal numero di pandori venduti. La Procura ritiene che le società dell’influencer fossero coinvolte anche nella gestione delle risposte ai clienti che chiedevano chiarimenti sulle donazioni. Da qui l’accusa di truffa aggravata.
La tesi dell’accusa: “Un ingiusto profitto da oltre due milioni”
Secondo la ricostruzione dei pm, le società riconducibili all’imprenditrice avrebbero ottenuto dagli accordi commerciali circa 2,2 milioni di euro, di cui oltre un milione solo per la campagna del pandoro. La “diffusività” della presunta truffa sarebbe stata favorita dalla grande fiducia riposta dai follower nell’immagine di Ferragni. La Procura non ha chiesto attenuanti per l’imprenditrice, né la sospensione condizionale della pena.
La difesa prepara la controffensiva
Gli avvocati della influencer ribadiscono che la comunicazione fu imprecisa ma non fraudolenta: “Non c’è dolo, solo un errore già riparato”. A loro avviso, l’imputazione penale non reggerebbe alla luce dei successivi risarcimenti e delle donazioni spontanee.
La prossima udienza, in cui parlerà la difesa, è fissata per il 19 dicembre, mentre la sentenza arriverà a gennaio.