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Progetto Arca, 45.700 persone aiutate in un anno: accoglienza in crescita del 36%, 8 volontari su 10 a Milano

Il bilancio sociale presentato lunedì 21 settembre a Palazzo Marino fotografa un'organizzazione che nell'ultimo anno ha raggiunto 45.700 persone, di cui 30mila in Italia, attraverso 111 servizi distribuiti su 208 città

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Otto volontari su dieci di Progetto Arca operano a Milano. Nella città dove la fondazione è nata 32 anni fa si trovano anche la maggior parte dei 182 appartamenti di housing sociale e i progetti avviati più di recente, a partire da Casa Seneca in Baggio. Il bilancio sociale presentato lunedì 21 settembre a Palazzo Marino fotografa un'organizzazione che nell'ultimo anno ha raggiunto 45.700 persone, di cui 30mila in Italia, attraverso 111 servizi distribuiti su 208 città, fra sostegno alimentare, abitativo, lavorativo e sociale.


Un partner del sistema comunale contro la grave marginalità


A definire il peso della fondazione dentro il dispositivo milanese contro la grave marginalità è stato l'assessore al Welfare e Salute Lamberto Bertolé, presente alla presentazione: "A Milano, la Fondazione è uno dei partner principali della coprogettazione che si occupa di fronteggiare il fenomeno della grave marginalità, lavorando in sinergia con l'Amministrazione per costruire uno dei sistemi di risposta più solidi in Italia". Centri di accoglienza, unità mobili e distribuzione di pasti in strada sono gli elementi che l'assessore riconduce al principio dell'amministrazione condivisa adottato dalla città.


Casa Seneca, la scommessa sulla povertà anziana


Il progetto più recente sta nella periferia ovest. Casa Seneca, inaugurata a marzo nel quartiere Baggio insieme all'Associazione Seneca Odv, accoglie persone in emergenza abitativa: nuclei monogenitoriali e anziani soli. Apre un fronte che il piano strategico 2025-2030 "Coltiviamo speranza" indica come prioritario, quello della povertà in età avanzata, che in Italia riguarda circa un milione di persone sotto la soglia della povertà assoluta, spesso in condizione di solitudine. Per la struttura è già previsto un ampliamento con l'acquisizione di altri appartamenti.


L'accoglienza cresce di oltre un terzo


Sul piano nazionale il capitolo più consistente resta l'ospitalità. Nell'ultimo anno la fondazione ha accolto in strutture e appartamenti oltre 6mila persone, con un incremento del 36% rispetto al periodo precedente: un dato che misura insieme la capacità di risposta e la dimensione del bisogno.


Cosa succede a chi esce dai percorsi


Il numero più significativo però non riguarda gli ingressi ma le uscite. Sulle 1.846 persone dimesse nell'arco dell'anno, l'85% ha cambiato condizione: il 40% è passato a una sistemazione autonoma, il 45% ha proseguito in altri servizi di cura o inclusione. È l'indicatore che distingue un sistema di accoglienza da un ricovero temporaneo, perché dice se le persone restano ferme o si muovono.


Centottantadue appartamenti fra Milano, Roma e Genova


Dentro l'area accoglienza cresce il peso dell'housing sociale. I 182 appartamenti messi a disposizione dalla fondazione, concentrati soprattutto nel capoluogo lombardo, ospitano persone senza dimora con diversi gradi di autonomia, famiglie in povertà, anziani soli, rifugiati e richiedenti asilo. Su questo fronte, come nei servizi di strada, è impegnata più della metà dei 1.135 volontari complessivi.


Il beneficio economico


Il bilancio introduce anche una misura economica dell'impatto sociale, chiamata moltiplicatore del ritorno sociale. Calcola quanto la natura non profit dell'ente amplifichi il valore prodotto rispetto ai costi sostenuti, tenendo conto di volontariato, agevolazioni fiscali, convenzioni a prezzi calmierati, beni donati ed eccedenze alimentari recuperate. Per il 2025 il valore si attesta a 3,4: il beneficio generato risulta quindi più che triplo rispetto alla spesa effettiva. Un esempio è il guardaroba, rifornito da capi nuovi ceduti dalle aziende e da abbigliamento in buono stato donato da privati.


Come si misura un cambiamento di vita


Il sistema di valutazione, guidato da un comitato scientifico, non si ferma ai numeri di flusso. Agli ospiti viene chiesto di valutare il proprio percorso: quanto si sono sentiti accolti, se hanno ripreso a prendersi cura di sé, se hanno cominciato a progettare una casa e un lavoro. "L'esperienza nelle nostre strutture di accoglienza aiuta gli ospiti a sentirsi accolti, a rafforzare la motivazione verso la formazione e l'integrazione e a sviluppare una maggiore apertura alla relazione, per costruire un futuro spesso difficile persino da immaginare", spiega Laura Nurzia, vicepresidente della fondazione e curatrice dell'analisi.


L'osservazione si estende alla dimensione civica. Oltre alle competenze necessarie all'integrazione, aggiunge Nurzia, si guarda alla "sensibilità sociale che la persona matura proprio durante il suo percorso di accoglienza", intesa come riavvicinamento al senso civico, alla legalità e all'interesse per il bene comune.


Sinigallia: "Partire dall'ascolto"


Il presidente Alberto Sinigallia ha richiamato i cinque riferimenti del piano, speranza, ascolto, dignità, accoglienza e fiducia, precisando i limiti dell'intervento emergenziale: rispondere ai bisogni primari non può "esaurire tutte le esigenze della persona ma sono una base necessaria per ritrovare la stabilità e il desiderio di rialzarsi". E indica il punto di partenza: "Partiamo dall'ascolto, il primo gesto di cura alla base di ogni relazione".



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