Psicologi in carcere, un lavoro ad alto rischio e senza tutele: i dati dell’indagine lombarda
L’Ordine degli Psicologi della Lombardia fotografa una professione sotto pressione: sicurezza, formazione e compensi inadeguati
Il carcere cambia, e non in meglio. Sovraffollamento crescente, detenuti con patologie psichiatriche sempre più complesse, carenza strutturale di personale: il contesto penitenziario lombardo – e nazionale – è sotto pressione, e a pagarne le conseguenze sono anche gli psicologi che vi operano quotidianamente. Per misurare la portata del problema, l’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha condotto tra gennaio e marzo 2026 un’indagine su 185 professionisti attivi negli istituti penitenziari. I risultati, pubblicati ad aprile nell’Osservatorio OPL sulla psicologia penitenziaria e consultabili online, restituiscono un quadro preoccupante su tre fronti distinti: sicurezza fisica, preparazione professionale e riconoscimento contrattuale.
Oltre il 70% si sente a rischio: spazi inadeguati e sorveglianza insufficiente
Il dato più allarmante riguarda la percezione del pericolo. Per oltre il 70% dei professionisti coinvolti, svolgere attività psicologica in ambito penitenziario comporta rischi concreti per l’incolumità personale. Il 58,5% dichiara di aver vissuto situazioni in cui si è sentito minacciato o in pericolo. Tra i fattori che alimentano questa condizione, i rispondenti indicano in primo luogo spazi di lavoro inadeguati (74,8%), seguiti dalla mancanza di dispositivi di sicurezza (61%) e dalla carenza di personale di sorveglianza (54,7%). Numeri che descrivono un ambiente lavorativo strutturalmente esposto, in cui la sicurezza degli operatori non è garantita da protocolli adeguati.
Formazione carente e procedure sconosciute: il vuoto operativo
Sul piano della preparazione professionale specifica per il contesto penitenziario, l’indagine evidenzia lacune significative. Circa il 60% dei professionisti dichiara di non aver ricevuto alcuna formazione dedicata alla gestione di situazioni di rischio o emergenza. Ancora più marcato il dato sulle procedure operative: il 76,2% degli intervistati ammette di non conoscere protocolli specifici per affrontare le criticità del proprio ambiente di lavoro. Un vuoto che espone i professionisti a situazioni potenzialmente pericolose senza strumenti né riferimenti procedurali condivisi.
Compensi inadeguati: il nodo del riconoscimento contrattuale
La terza area critica è quella della tutela contrattuale. La forma di impiego prevalente tra gli psicologi penitenziari lombardi è la collaborazione in partita IVA, che interessa il 59,3% dei rispondenti. Due terzi del campione ritiene inoltre che il principio dell’equo compenso non venga rispettato. Un dato che segnala come una professione ad alto impatto sociale e clinico continui a operare in condizioni di precarietà contrattuale, senza il riconoscimento istituzionale che il ruolo richiederebbe.
Le quattro priorità e il confronto con Regione e amministrazione penitenziaria
A commentare i risultati è Simona Silvestro, coordinatrice del Gruppo di Lavoro sulla Psicologia Penitenziaria presso l’Ordine: “I dati indicano quattro priorità di intervento: sicurezza degli spazi e dei dispositivi, formazione specifica e protocolli condivisi, strumenti di supporto professionale dopo eventi critici, maggiore strutturazione e riconoscimento contrattuale del ruolo”. Silvestro ha annunciato che l’indagine rappresenta il primo passo di un percorso che proseguirà con iniziative formative e un confronto strutturato con Regione Lombardia, ASST e Amministrazione penitenziaria.
Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ha inquadrato il lavoro dell’Osservatorio nelle linee programmatiche dell’ente: rafforzare la presenza della psicologia nei contesti pubblici complessi, promuovere condizioni di lavoro più eque e valorizzare il contributo professionale nei sistemi istituzionali ad alta responsabilità sociale. Una professione, conclude Di Mattei, ancora “poco centrale nei programmi istituzionali di lungo periodo” nonostante il peso specifico che esercita sull’equilibrio complessivo del sistema penitenziario.