Sparatoria a Rogoredo, il colpo è partito da 30 metri: i primi rilievi rafforzano la versione del poliziotto
I primi rilievi sulla scena del blitz: distanza stimata in circa trenta metri, martedì l’autopsia su Mansouri
L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, ucciso durante un blitz antidroga a Rogoredo, comincia a delineare i primi punti fermi. Gli accertamenti tecnici effettuati dalla Polizia Scientifica indicano che il colpo esploso dall’agente sarebbe partito da una distanza di circa trenta metri. Un dato emerso grazie ai rilievi basati sulla triangolazione, utili anche a una successiva ricostruzione tridimensionale della scena.
Secondo quanto trapela, il proiettile calibro 9 Parabellum in dotazione alla polizia è rimasto conficcato nel cranio della vittima, senza fuoriuscire. Un dettaglio che, insieme alla distanza tra il punto di espulsione del bossolo e quello in cui Mansouri è caduto, suggerisce una perdita progressiva di energia cinetica compatibile con uno sparo da lontano.
La distanza dello sparo e la versione dell’agente
Questo primo quadro tecnico sembra rafforzare la versione fornita dall’agente, ascoltato dal pm Giovanni Tarzia. Il poliziotto ha raccontato di aver sparato dopo aver visto l’uomo puntargli contro un’arma durante l’operazione. Un solo colpo, come risulta dagli atti, con il caricatore quasi pieno e un proiettile ancora in canna.
L’arma impugnata da Mansouri si è poi rivelata una pistola a salve, una replica di Beretta 92 priva del tappo rosso. Un elemento che non sarebbe stato distinguibile nell’immediato, anche a causa delle condizioni di scarsa visibilità nell’area dell’ex bosco della droga.
Proprio l’oscurità avrebbe giocato un ruolo centrale nella dinamica. In un contesto di visibilità ridotta, secondo quanto riferito dall’agente, non ci sarebbero state alternative praticabili per neutralizzare una minaccia percepita come immediata. La scelta di aprire il fuoco, in quella frazione di secondo, è ora al centro delle valutazioni della magistratura.
Le perizie e il nodo della legittima difesa
A seguire l’esame balistico per la difesa dell’agente è Dario Redaelli, consulente di lunga esperienza ed ex funzionario della Polizia di Stato. Secondo Redaelli, i primi elementi farebbero pensare al riconoscimento della scriminante della legittima difesa, trattandosi di un agente impegnato in un’attività di servizio e finito in una situazione di pericolo. Di diverso avviso, almeno sul piano delle richieste, la famiglia della vittima. L’avvocata Debora Piazza, che assiste il fratello di Mansouri, chiede che venga accertata fino in fondo la verità, attraverso verifiche complete e imparziali.
Autopsia e nuovi accertamenti in arrivo
Un passaggio chiave sarà l’autopsia, fissata per martedì e affidata all’anatomopatologa Cristina Cattaneo. Parallelamente, l’inchiesta proseguirà con ulteriori accertamenti balistici, che potrebbero includere simulazioni pratiche per valutare gli effetti di uno sparo a diverse distanze e in condizioni di luce simili a quelle del giorno del blitz. Gli investigatori stanno inoltre cercando eventuali nuovi testimoni, compresa una persona che, secondo il racconto dell’agente, sarebbe apparsa accanto a Mansouri subito prima dello sparo per poi dileguarsi.