Suicidio assistito, svolta a Milano: archiviata l’accusa contro Marco Cappato
Il gip di Milano archivia l’accusa di aiuto al suicidio contro Marco Cappato nei casi di due malati terminali andati in Svizzera.
Una decisione destinata a incidere nel dibattito giuridico e politico sul fine vita in Italia. Il giudice per le indagini preliminari di Milano ha disposto l’archiviazione dell’accusa di aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, esponente dell’Associazione Luca Coscioni, coinvolto in due casi di malati che si erano recati in Svizzera per accedere al suicidio assistito. Il provvedimento è stato firmato dalla gip Sara Cipolla, che ha accolto la richiesta avanzata dalla Procura di Milano. Secondo i magistrati non sussistono elementi per procedere penalmente nei confronti dell’attivista, alla luce dei principi stabiliti dalla Corte costituzionale negli ultimi anni.
I casi di Elena e Romano
Al centro della vicenda giudiziaria ci sono le storie di due persone affette da gravi patologie. La prima è Elena Altamira, una donna di 69 anni malata di tumore, residente a Spinea in provincia di Venezia, che nell’agosto del 2022 aveva scelto di recarsi in Svizzera per accedere alla morte assistita. Il secondo caso riguarda Romano N., 82 anni, residente a Peschiera Borromeo, nel Milanese, che aveva intrapreso lo stesso percorso nel novembre dello stesso anno. Entrambi avevano deciso di rifiutare alcuni trattamenti sanitari prospettati dai medici, ritenuti inutili o sproporzionati rispetto alla loro condizione clinica.
Il ruolo della Corte costituzionale
La decisione di archiviare il procedimento si basa anche sulla sentenza numero 66 del 2025 della Corte costituzionale, intervenuta proprio in relazione ai dubbi interpretativi sollevati durante l’indagine sui due casi. La Consulta ha ribadito che non può essere fatta una distinzione rigida tra pazienti già sottoposti a trattamenti di sostegno vitale e quelli che, pur non essendovi ancora collegati, potrebbero esserlo a breve o potrebbero rifiutarli. Secondo i giudici costituzionali, costringere una persona ad accettare un trattamento invasivo soltanto per poter poi esercitare il diritto di interromperlo sarebbe un paradosso giuridico e sanitario.
Cure rifiutate e accanimento terapeutico
Nel caso di Elena Altamira era stato ipotizzato un nuovo ciclo di chemioterapia, mentre per Romano era stata proposta l’installazione di una Peg, una procedura per l’alimentazione artificiale. Secondo le valutazioni mediche acquisite durante l’inchiesta, questi interventi non avrebbero garantito un reale miglioramento della malattia né evitato il decesso, ma avrebbero potuto aggravare le sofferenze dei pazienti nelle ultime fasi della vita. La scelta di rifiutare tali trattamenti, quindi, rientrerebbe nei diritti riconosciuti dall’ordinamento sanitario e dalla stessa giurisprudenza costituzionale.
Le parole di Marco Cappato
Dopo la decisione del gip, Marco Cappato ha commentato l’archiviazione sottolineando come il provvedimento confermi la legittimità delle iniziative intraprese per garantire diritti già riconosciuti dalla Costituzione e dalla Corte costituzionale. Secondo l’attivista, la mancanza di una legge organica sul fine vita ha spesso costretto malati e familiari a rivolgersi ai tribunali per vedere affermati principi legati alla libertà personale, alla dignità e all’autodeterminazione nelle scelte di cura.