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Tumori ovarici rari, lo studio del San Raffaele di Milano sul Journal of Clinical Oncology: sopravvivenza all’80% anche negli stadi avanzati e fertilità preservata

La più grande casistica internazionale mai raccolta su 254 pazienti identifica i principali fattori prognostici e apre la strada a percorsi terapeutici personalizzati.

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L’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano ha pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, una delle riviste oncologiche più autorevoli al mondo, i risultati del più ampio studio internazionale mai condotto sui tumori germinali maligni dell’ovaio dell’adulto. La ricerca, coordinata nell’ambito del network MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian Cancer) in collaborazione con il Charing Cross Hospital di Londra, ha analizzato retrospettivamente i dati clinici di 254 pazienti trattate tra il 1971 e il 2018 in centri specialistici italiani e britannici.

Tra i protagonisti del lavoro figurano per il San Raffaele la dottoressa Alice Bergamini, prima autrice dello studio, e la dottoressa Giorgia Mangili, co-coordinatrice della ricerca, insieme al professor Michael Seckl del Charing Cross Hospital.

Una malattia rara che colpisce le donne giovani

I tumori germinali maligni dell’ovaio rappresentano circa l’1-2% di tutti i tumori ovarici, ma si distinguono per caratteristiche biologiche profondamente diverse rispetto alle forme epiteliali più diffuse. Colpiscono prevalentemente adolescenti e giovani donne in età fertile, derivano dalle cellule destinate alla formazione degli ovociti e possono avere un comportamento aggressivo che richiede un approccio multidisciplinare e altamente specializzato.

Negli ultimi decenni l’introduzione della chemioterapia a base di platino ha migliorato significativamente la prognosi, ma restavano poco chiari i fattori in grado di influenzare la sopravvivenza e il rischio di recidiva, soprattutto nei casi più avanzati. A differenza dei tumori germinali del testicolo, per i quali esistono sistemi prognostici consolidati, nelle donne mancavano fino ad oggi dati sufficientemente ampi per una stratificazione accurata del rischio.

I risultati: sopravvivenza all’80% anche nello stadio IV

Uno dei dati più significativi emersi dallo studio riguarda le pazienti con malattia avanzata: anche nei tumori in stadio IV, con diffusione metastatica, è possibile raggiungere tassi di sopravvivenza a lungo termine vicini all’80%. Alcune forme tumorali specifiche, come il disgerminoma e il teratoma immaturo di grado elevato, mostrano risultati ancora più favorevoli, con tassi di sopravvivenza superiori al 90% a dieci anni.

Lo studio ha identificato i principali fattori associati a prognosi peggiore: età superiore ai 35 anni, stadi più avanzati della malattia e alcuni sottotipi istologici più aggressivi. Questi risultati aprono la strada, secondo i ricercatori, alla definizione di percorsi terapeutici più personalizzati e strategie di follow-up più mirate.

Fertilità preservata: la chirurgia conservativa non peggiora la prognosi

Uno degli aspetti più delicati nella gestione di questi tumori riguarda la possibilità di preservare la fertilità delle pazienti. Lo studio dimostra che la chirurgia fertility-sparing – che rimuove il tumore conservando, quando possibile, utero e parte dell’apparato riproduttivo – non sembra peggiorare la prognosi nemmeno nelle forme avanzate. Oltre la metà delle pazienti ha potuto beneficiare di un intervento conservativo, e anche nei casi inizialmente più estesi la chemioterapia preoperatoria ha consentito in numerosi casi un successivo approccio chirurgico conservativo.

“La cura di queste pazienti non riguarda soltanto il controllo della malattia”, sottolinea il dottor Luca Bocciolone, responsabile della Ginecologia Oncologica Chirurgica del San Raffaele. “Significa anche accompagnare giovani donne in un percorso che tenga conto della qualità di vita, della salute riproduttiva e della possibilità futura di una gravidanza”.

Il follow-up a lungo termine e le prospettive future

Lo studio segnala l’importanza di un monitoraggio prolungato nel tempo: sebbene la maggior parte delle recidive si manifesti entro i primi due anni dalla fine delle cure, alcuni casi sono stati osservati anche molti anni dopo. Un dato che suggerisce la necessità di non interrompere precocemente il follow-up.

“Avere a disposizione una casistica internazionale così ampia ci consente di comprendere meglio quali pazienti abbiano prognosi più favorevoli e quali possano beneficiare di strategie terapeutiche più intensive e personalizzate”, commenta la dottoressa Mangili. Il lavoro apre ora la strada a ulteriori ricerche per valutare se alcune categorie di pazienti ad alto rischio possano trarre beneficio precocemente da trattamenti più intensivi, come la chemioterapia ad alte dosi utilizzata nelle recidive.

La ricerca è stata realizzata grazie alla collaborazione tra l’IRCCS Ospedale San Raffaele, l’Università Vita-Salute San Raffaele, il network MITO, il Charing Cross Hospital e il Mount Vernon Cancer Center, con il supporto dell’Imperial Experimental Cancer Medicine Centre e del National Institute for Health Research britannico.

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