Ultima Generazione condannata a Milano, il tribunale: "L'imbrattamento non è stato di necessità"
La sentenza sulle azioni dimostrative contro il clima
Imbrattare opere d'arte non costituisce uno strumento legittimo per contrastare i cambiamenti climatici. È quanto stabilito dal Tribunale di Milano nelle motivazioni della sentenza depositata lo scorso 18 maggio, con cui undici attivisti di Ultima Generazione sono stati condannati per due distinte azioni dimostrative compiute in città negli anni scorsi.
Ai militanti sono stati inflitti quattro mesi di reclusione con pena sospesa, lavori di pubblica utilità e una multa di 1.000 euro ciascuno. La condanna riguarda due episodi separati: l'imbrattamento della Bmw decorata da Andy Warhol, esposta alla Fabbrica del Vapore il 18 novembre 2022, e il versamento di vernice rosa su quattro colonne dell'Arco della Pace il 15 novembre 2023. Per quest'ultimo episodio, parte degli imputati è stata condannata anche al risarcimento nei confronti della soprintendenza per i beni culturali, per una cifra che supera i 97mila euro destinati a coprire le spese di restauro e ripristino. Sul primo episodio, invece, gli stessi attivisti sono stati prosciolti per particolare tenuità del fatto. Ai giovani era contestata la distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici.
Nessuna attenuante per finalità morali o sociali
Nelle dodici pagine del provvedimento, la giudice della quarta sezione penale Mariapia Blanda ha escluso l'applicazione delle attenuanti previste per i "motivi di particolare valore morale o sociale", richieste dalle difese degli imputati. Richiamando la giurisprudenza in materia, la sentenza chiarisce che "i motivi politici e l'ideologia sociale o politica" non possono rivendicare un "contenuto etico" o una "finalità di giustizia sociale" quando si traducono nel "ricorso generalizzato alla violenza indiscriminata e sopraffattrice dell'altrui libertà".
Respinta la tesi dello stato di necessità climatico
Il tribunale ha respinto anche la scriminante dello "stato di necessità", invocata dalle difese in relazione all'urgenza e alle conseguenze dei cambiamenti climatici. "Pur riconoscendo l'attualità del pericolo legato al cambiamento climatico e la sua rilevante incidenza sulla salute", si legge nella sentenza, "ciò che difetta è il requisito dell'inevitabilità". Per la giudice non è possibile attribuire "a una mera azione dimostrativa" un "nesso causale" con "l'evento che si vuole evitare", ovvero il surriscaldamento del pianeta.
Nel provvedimento viene riconosciuto che gli imputati hanno agito con piena consapevolezza dei propri gesti. "È innegabile che gli imputati hanno volontariamente imbrattato i beni descritti nei due capi d'accusa", scrive la giudice Blanda, definendola "azione eclatante dagli stessi pianificata e attuata al fine di catalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica e della politica sull'importante tema dei cambiamenti climatici". Il tribunale ritiene tuttavia che simili iniziative non conducano all'affermazione di "motivi sociali condivisi", come il "diritto all'ambiente" o alla "salute", poiché finiscono per compromettere "l'altrui libertà" di "salvaguardare e godere delle opere" e del "patrimonio culturale".