Articolo di venerdì 29 novembre 2024
Protagonisti
Autrice
Laura Bajardelli
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Cosa è rimasto a distanza di 40 anni?

Ricordare, riflettere e agire. Un monito per il futuro

Per molti la parola Heysel rievoca immagini e ricordi tragici. La televisione stava trasmettendo la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool quando davanti agli occhi dei telespettatori hanno iniziato a comparire immagini drammatiche, impensabili. Era il 29 maggio 1985, allo Stadio Heysel di Bruxelles. Una serie di eventi tragici portò alla morte di 39 persone e al ferimento di oltre 600. Cosa è rimasto nella mente e nei ricordi di chi era là ed è sopravvissuto? Se questa giornata è ancora impressa per la sua brutalità nella memoria collettiva, c’è un messaggio universale valido anche per chi allora non c’era o è stata l’ennesima tragedia inutile, che col tempo sbiadirà del tutto?

Quel 29 maggio

La tragedia iniziò quando i tifosi del Liverpool, in gran parte hooligans, iniziarono a caricare i tifosi della Juventus nel tristemente famoso Settore Z, che non era adeguatamente separato. Questo portò a una fuga disordinata verso un muro di contenimento che, incapace di reggere la pressione, crollò, causando morte e feriti. Le cause furono molteplici: insufficiente sicurezza, stadio inadeguato e comportamento violento di una minoranza di tifosi.

D’altronde, negli anni '80, il calcio europeo era spesso segnato da episodi di violenza, i protagonisti principali erano gli hooligans, tifosi inglesi particolarmente violenti sia nel loro campionato nazionale sia nelle competizioni internazionali. E molti sono stati gli emuli in altri paesi. La tragedia dell'Heysel rappresentò l'apice di questo periodo oscuro. Fu un duro colpo per il mondo del calcio, che si trovò costretto a fare i conti con le proprie carenze organizzative e di sicurezza e a prendere provvedimenti.

Il ricordo di chi c'era

La polizia a cavallo era schierata all'ingresso dello stadio. Erano stati annunciati controlli ferrei ma di fatto si limitavano a tenere le persone ordinate in fila. C’era persino chi entrava con le casse di birra. Una situazione priva di senso rispetto agli annunci di severità della vigilia. Poi, dentro, uno stadio fatiscente ricorda con gli occhi lucidi Cristiano Bragato, all’epoca sedicenne, che prosegue i tifosi del Liverpool urlavano come scatenati. Poi a un certo punto, prima dell’inizio della partita, nella curva di fronte a quella dove mi trovavo io, sono iniziati i tafferugli: gli hooligans inglesi hanno iniziato a spostarsi e caricare le famiglie del settore adiacente. Si, purtroppo nel settore Z a fianco del settore XY degli hooligans inglesi non avevano mandato i tifosi organizzati italiani, intendo ultrà e Juventus club, ma prevalentemente famiglie. E le hanno spinte fino ad arrivare a quel muretto laterale. Un po' di gente è riuscita a saltarlo, altri a scavalcare e a raggiungere il campo. Altri no. Preciso che noi vedevamo solo dei tafferugli indistinti. C’erano ultrà che tentavano di raggiungere l’altra curva ma la polizia li bloccava, ricordo ancora un tifoso con la faccia insanguinata. Oggi, con il senno del poi, dico per fortuna, altrimenti sarebbe stata una guerra.

Il tempo intanto passava: La partita tardava ad iniziare e la voce che girava era che negli scontri forse era morto un tifoso. Una cosa che ho appreso nei giorni successivi leggendo i giornali e che mi è rimasta impressa, è la storia di un bambino sardo di 10 anni che si chiamava Casula che era allo stadio con il papà. Avevano percorso migliaia di chilometri semplicemente per vedere la loro squadra del cuore e… ancora mi viene la pelle d’oca… E quando dodici anni fa ho avuto l’occasione di tornare in Belgio, ho voluto andare a rivedere lo stadio e, anche se oggi è stato totalmente ricostruito, c’è una targa ad imperitura memoria delle 39 vittime … Ecco ogni volta che leggo il nome Casula una forte emozione mi travolge… non riesco a dimenticare, aveva solo dieci anni. Terribile, non ha senso quello che è accaduto.

Torniamo ancora a quella sera, allo stadio Heysel: la partita è iniziata fortemente in ritardo, a un certo punto girava voce che la partita non sarebbe stata giocata. Vedendo come erano ridotti, e utilizzo con convinzione questo termine, gli hooligans, ubriachi fradici dalla mattina, la città lastricata di vetri di bottiglia, se quella partita non si fosse giocata i morti sarebbero stati molti di più. Alla fine, tutto è rientrato nella norma, o almeno così sembrava. Le squadre sono scese in campo, hanno giocato e la Juventus ha vinto, per un rigore che forse non c’era. E i giocatori hanno festeggiato. Noi di fatto abbiamo percepito una certa normalità, aldilà dei tafferugli che c’erano stati. E sempre col senno del poi, quei festeggiamenti - che molti hanno giudicato inopportuni – sono serviti a mantenere la calma e a far uscire i tifosi dallo stadio come se nulla fosse. Per fortuna, ancora una volta dico per fortuna.

E poi lo shock della verità: Sì, quando siamo arrivati sul pullman, un signore, che conosceva il tedesco, ha sentito che alla radio parlavano di una tragedia immane, più di quaranta morti. Ci guardavamo in faccia increduli e smarriti, perché all'interno dello stadio, dalla nostra parte, nessuno si era accorto, vedevamo tafferugli, ma a quei tempi erano quasi ordinari. Eravamo scossi, sconvolti. E pensavamo anche a casa. Come avvisare che stavamo bene? Mia madre mi ha raccontato che quella sera quando la televisione trasmetteva le immagini dei morti, lei e mio padre cercavano tra quei volti e quei corpi sperando di non vedere me. Solo al mattino dopo, arrivati a Basilea, siamo riusciti a telefonare a casa. Anche per i miei genitori è stata un’esperienza assolutamente devastante.

Gli chiediamo se l’ha raccontata a suo figlio e se ha un senso ricordare. Gli ho raccontato quello che è successo con le parole giuste per farlo comprendere a un bambino di 10 anni, ossia che durante quella partita sono morti in 39 a causa di persone cattive tifose della squadra avversaria. Questa è la verità dei fatti. Anche se è una ferita aperta, ha senso continuare a ricordare e a raccontare anche a chi non c’era o non era ancora nato, perché deve fungere da insegnamento. Sembra retorica, ma non è possibile morire per una partita di calcio o per qualsiasi altro momento che dovrebbe essere di gioia. Un conto è perdere una partita e rattristarsi, ma è inaccettabile, proprio non riesco a comprendere come si possa morire per una partita. Certo, so che non è stato l’unico caso. Non trovo il senso di queste tragedie. Dopo un po' di tempo ho ripreso a frequentare gli stadi, a gioire per i successi e arrabbiarmi per le sconfitte. Ma quella sera resterà indelebile.

Cosa è successo dopo

A seguito della tragedia, le autorità calcistiche europee e britanniche hanno preso misure drastiche. L'UEFA ha bandìto le squadre inglesi dalle competizioni europee per cinque anni, e il Liverpool è stato escluso per sei anni. Questo ha spinto a una profonda riflessione sulla sicurezza negli stadi, portando a riforme significative, come una legislazione più severa contro il comportamento violento dei tifosi e la ristrutturazione di molti stadi per garantire maggiore sicurezza. Per esempio, oggi i settori dedicati ai tifosi ospiti sono separati da quelli di casa, allo stadio di San Siro sono ben visibili le grandi pareti di vetro, i cosiddetti “cristalloni”, e anche l’afflusso degli ospiti è regolato per ridurre le probabilità di scontri. Certo, la rituale violenza verbale, come i beceri cori che dileggiano le vittime, non si ferma con pareti e regole, è indispensabile la cultura sportiva.

Tenere alta l’attenzione

Questa orrenda tragedia ha insegnato al mondo del calcio e dei grandi eventi l'importanza della sicurezza e dell'organizzazione, a cominciare da quello stadio fatiscente che è stato completamente rinnovato e ribattezzato Stadio Re Baldovino. Le riforme introdotte dopo la tragedia hanno sicuramente migliorato la sicurezza negli stadi, ma gli eventi recenti dimostrano che c'è ancora molto da fare. Fin troppo simile quel che è accaduto nella discoteca di Corinaldo nel 2018, dove morirono sei persone durante un concerto. È essenziale continuare a migliorare le misure di sicurezza negli eventi pubblici, con una particolare attenzione alla pianificazione degli spazi e alla gestione dei rischi e dell’emergenza, la formazione del personale e la sensibilizzazione del pubblico sui comportamenti sicuri durante gli eventi affollati.

L’importanza del ricordo

Il 13 novembre gli Azzurri della Nazionale italiana di calcio hanno reso omaggio alla memoria delle vittime, come già nove anni fa, in occasione dell’ultima amichevole con il Belgio, disputata dalla Nazionale a Bruxelles il 13 novembre 2015. Allora, la FIGC e la Federazione belga, insieme alla Juventus e all’Associazione dei familiari delle vittime dell’Heysel, commemorarono il 30° anniversario della tragedia deponendo dei fiori e una maglia azzurra con il numero 39 sulle spalle. L'anno prossimo, ricorreranno i quarantanni, un altro importante momento di riflessione. Anche se l'umanità ha la triste abitudine di ripetere i propri errori, dobbiamo continuare a sperare e a lavorare per un futuro in cui impariamo davvero dalle nostre sofferenze.

D’altronde, come canta Francesco De Gregori La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.

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