Quando celebrare la felicità sembra un ossimoro

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Articolo di giovedì 21 marzo 2024
Protagonisti
20 marzo, giornata mondiale della felicità
Autrice
Laura Bajardelli
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Pandemia, guerra, catastrofi naturali o provocate dall’uomo. Eppure, il 20 marzo si celebra la giornata internazionale della felicità. E, cascasse il mondo, ci sarà l’equinozio di primavera.

Da un decennio il 20 marzo si celebra la giornata internazionale della felicità, ma considerati gli ultimi due anni sembra un ossimoro o per lo meno una chimera.

In realtà è in momenti come questi che è importante ricordare che nel 2012 l’Assemblea della Nazioni Unite ha riconosciuto il valore della felicità e del benessere come obiettivi e aspirazioni universali degli esseri umani. E nel 2015 tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile ne ha individuati tre che possono portarci alla felicità e al benessere: eliminare la povertà, ridurre le diseguaglianze e la protezione del nostro pianeta.

È interessante fare qualche passo indietro e ricordare che la risoluzione del 2012 è stata suggerita dal giovane Re del Bhutan, un piccolo stato alle pendici dell’Himalaya, che già nel 1972 ha introdotto una misura dello stato di salute del paese alternativa al PIL - Prodotto Interno Lordo: la “Felicità Interna Lorda”. E nel 2008 è diventato un impegno sancito dalla costituzione attraverso quattro pilastri che il governo deve seguire: il rispetto per l’ambiente, la difesa della cultura nazionale, lo sviluppo sostenibile e la buona amministrazione. Se di passi indietro ne facciamo molti altri in più, e arriviamo al ‘700. troviamo il diritto alla felicità nella Costituzione adottata nello stato della Pennsylvania e nella successiva dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America redatta da Thomas Jefferson e approvata dal Congresso di Filadelfia il 4 luglio 1776. Il perseguimento della felicità vi compare come diritto inalienabile: Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità.

E in Italia? a livello formale, se ne può individuare un’eco nell’articolo 2 della Costituzione, laddove ci si riferisce al “pieno sviluppo della persona umana”. Spesso però nelle sentenze dei giudici troviamo dei valori contigui, come il diritto alla serenità, la cui violazione genererebbe danno esistenziale. La casistica sul danno esistenziale è stata piuttosto folta, fra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Il dilagare di questo danno scarsamente quantificato nella liquidazione dei risarcimenti, molti affidati al Giudice di Pace, ha portato ad una indicazione restrittiva da parte della Cassazione. Non basterebbe quindi la violazione di uno stato d’animo sereno e pacifico a giustificare il risarcimento. Occorre la violazione di un diritto fondamentale, di rango costituzionale, integrità psico-fisica, interruzione dei rapporti affettivi significativi. È rimasto - e l’ipotesi è presente anche negli ordinamenti di vari stati europei che si sono adeguati alla Direttiva comunitaria - il danno da vacanza rovinata (oggi art. 93 n. 2 del d.lg. 206 del 2005). Sul presupposto che la vacanza sia un diritto ad interrompere, per rigenerarsi, l’attività lavorativa, è considerato danno risarcibile quello generato da eventi che, riferibili all’organizzatore di viaggi turistici, si concretizza nella perdita di giorni feriali a causa di ritardi nei trasporti aerei, ritardi nella messa a disposizione delle camere prenotate ed anche diversa tipologia di collocazione alberghiera o equivalente (una stanza senza vista mare, come promossa; lontananza dalla spiaggia).
Il danno esistenziale così riconosciuto non è certo suggestivo come il diritto alla felicità del Bhutan o degli Stati Uniti. Confidiamo quindi negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ricordando anche il valore simbolico della data del 20 marzo: il giorno dell’equinozio di primavera, l’inizio della stagione di rifioritura dopo l’inverno. Un inverno lungo due anni che auspichiamo volga al termine.

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