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Categoria: ARTE - CULTURA

“RI-SCATTI. Prima che sia notte”: al PAC le fotografie di ventitré donne migranti del Milano Welcome Center

Dal 10 al 25 ottobre la dodicesima edizione del progetto RI-SCATTI, con le immagini realizzate dalle partecipanti seguite dal Milano Welcome Center. Ingresso gratuito da martedì a domenica

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Il Padiglione d’Arte Contemporanea ospita “RI-SCATTI. Prima che sia notte”, esposizione curata da Diego Sileo e promossa dal Comune di Milano insieme a RI-SCATTI ODV, associazione che dal 2014 costruisce percorsi di riscatto sociale attraverso la fotografia. Il sostegno arriva da Tod’s. La scelta di fondo è quella di spostare la macchina fotografica: non più puntata su chi arriva, ma affidata a chi arriva. Le protagoniste decidono cosa inquadrare, cosa mostrare e cosa tenere fuori, sottraendo le proprie vicende a una rappresentazione che tende a semplificarle.


Il laboratorio con i fotografi volontari


Le ventitré partecipanti, provenienti da Paesi diversi e con percorsi migratori distinti, hanno seguito un corso tenuto da fotografi professionisti che collaborano gratuitamente con l’associazione, affiancate da alcune operatrici del Milano Welcome Center. Alle lezioni teoriche si sono alternate uscite sul campo, con l’apprendimento della macchina fotografica come strumento di osservazione prima ancora che di documentazione.


Le storie dietro l’obiettivo


Le storie raccolte sfuggono a ogni categoria unitaria. Amal Kanita, palestinese, ha trovato nella fotografia uno strumento di espressione dopo l’esperienza di Gaza, come Fatima Samir, che ha vissuto il corso come un primo passo verso la comunicazione con l’esterno. Arina, ucraina, ha scelto di concentrarsi sui momenti luminosi, sulle emozioni degli amici durante le feste. Cloé Villar de Souza, brasiliana, lavora da remoto sul fuso orario del suo Paese e trascorre gran parte del tempo in casa: ha trasformato questa condizione in una riflessione sulla luce naturale e artificiale e sul rapporto con lo spazio domestico. 


Yasmine Fatih, marocchina, cerca attraverso strade, volti e dettagli minimi una definizione di casa, facendo dell’apparecchio una lingua propria. Hajar Lamkhanter, anch’essa marocchina, racconta di aver scoperto che le immagini più vere non si colgono soltanto con gli occhi. Maya K., siriana arrivata in Italia dal Canada, aveva costruito la propria identità professionale come avvocata: nel suo progetto un blazer diventa il segno di una carriera interrotta ma non archiviata. Moran e Valeria, madre e figlia salvadoregne, hanno usato il laboratorio per ritagliarsi del tempo insieme. Cynthia Oruama, nigeriana, punta invece a diventare fotografa professionista.


Bertolé e Sacchi: “Una quotidianità in cui riconoscersi”


Per gli assessori al Welfare e Salute e alla Cultura, gli scatti restituiscono gesti familiari a chiunque: il lavoro da remoto, la difficoltà di conciliare i tempi con la famiglia, il desiderio di ricominciare. Elementi che, pur partendo da esperienze distanti, segnalano secondo i due amministratori l’appartenenza a una stessa comunità. L’esposizione, osservano, dà visibilità al lavoro quotidiano del sistema di accoglienza cittadino e accompagna le protagoniste a uscire da una narrazione costruita su luoghi comuni, fino a riconoscere Milano come la propria città.


La mostra resta aperta fino al 25 ottobre, da martedì a domenica dalle 10 alle 19.30. L’ingresso è gratuito.


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