L'abito non fa il monaco? La parola alla scienza
| Protagonisti | |
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| Autrice | |
| Laura Bajardelli | |
| vedi altri articoli di Laura Bajardelli | |
L’abito non fa il monaco. Does the cowl make the monk? L'habit ne fait pas le moine. You can’t judge a book by its cover.
Un proverbio, un ammonimento presente in tutte le culture. E questi anni sembrano averlo compreso: si è iniziato con l’affermarsi dell’informatica e dei look correlati alla Steve Jobs e più recentemente, anche come effetto della diffusione del lavorare da casa, abbiamo visto l’archiviazione della cravatta a pezzo da museo e l’elevazione delle sneakers bianche (una volta le avremmo chiamate genericamente scarpe da ginnastica o da tennis) come scarpe adatte, anzi perfette, per qualsiasi occasione.
Le ricerche scientifiche confermano il proverbio?
A complicare le cose, però, ci sono le diverse ricerche scientifiche che negli anni hanno analizzato la funzione dell’abito, dell’identità personale e della percezione che gli altri hanno di noi e che ciascuno ha di sé stesso.
Cosa emerge? Che l’abito fa il monaco e che il primo a “cascarci” è proprio chi lo indossa. Il più noto di questi esperimenti, che risale al 2012 ed è stato condotto dallo psicologo Adam Galinsky della Columbia Business School di New York, voleva dimostrare che gli abiti hanno un impatto su chi li indossa e gli elementi determinanti sono il significato simbolico dei vestiti e l’esperienza fisica di portarli. Gli esperimenti dimostrano che chi indossa un camice manifesta maggiore attenzione e precisione nello svolgere un compito e diminuiscono gli errori rispetto a quando indossa i soliti abiti. Ma lo stesso camice può produrre effetti diversi a seconda se si dice che è un camice da medico o da imbianchino. E in questo secondo caso la magia non avviene, si torna alle performance ordinarie. Galinksy coniò l’espressione enclothed cognition o cognizione incorporata nei vestiti ad indicare che i vestiti possono influenzare profondamente e sistematicamente i processi psicologici e comportamentali di chi li indossa. Tra le numerose altre ricerche, una verifica la correlazione positiva tra indossare abiti formali e l’astrazione mentale e l’autocontrollo e con la conseguenza di scegliere persino cibo più sano. Da un’altra, risulta che indossare l’uniforme della Croce Rossa induce comportamenti più empatici verso gli altri rispetto a chi indossa abiti “civili”. E cosa accade quando i bambini si vestono da Batman? Anche per loro il costume, simbolo di forza e perseveranza, si traduce in comportamenti coerenti con il vestito indossato!
È come se il camice da dottore e l’uniforme della Croce Rossa fossero maschere, come quella di Batman, quindi non solo simboli ma portatori di virtù trasmessi a chi quella maschera la indossa. Esattamente come accade nei rituali tribali nei quali la maschera rappresenta lo spirito di un animale e chi la indossa acquisisce la forza del bufalo o la saggezza dell’aquila.
Detto quindi che gli abiti possono influenzarci, è importante considerare che c’è anche il rischio di rimanere ingabbiati in questi stereotipi. Ricordiamo le parole di G.I. Gurdjieff, filosofo, scrittore e mistico di origine greco-armena del Novecento: l’uomo si identifica con il ruolo che è costretto a vivere: padre, figlio, padrone, operaio, impiegato, dirigente, professionista, intellettuale, guru, furbo, tonto, forte, debole, manager, ministro, disoccupato... per ognuno di questi ruoli esistono comportamenti sociali, abbigliamenti, modi di pensare e di esprimersi cui ciascuno si adegua inconsapevolmente. E quindi non siamo mai individui autentici, ma veri e propri imitatori: imitiamo modelli e stereotipi prodotti dalla società in cui viviamo.
La società in cui viviamo sembra voler liberare l’uomo riconoscendo a tutti le stesse opportunità, riconoscendo gli errori del passato e abbattendo tutti gli stereotipi, compresi quelli legati ai codici dell’abbigliamento e ai canoni estetici classici. Talvolta assistiamo a una sorta di furia iconoclasta verso tutto ciò che è legato alla tradizione e alla cultura tradizionale. Portando alla creazione di nuovi stereotipi o a varianti. È il caso, per esempio, del leader che muta solo d’aspetto in base all’epoca: dalla guida religiosa allo spregiudicato armatore ultra-abbronzato, allo sportivo imperturbabile e volitivo al rapper con catenacci e super car, dalle raffinate e carismatiche principesse alle donne di ferro vestite con tailleur maschile. Ma anche il capobranco potrebbe essere solo una maschera, portatrice di vizi e virtù.
E così riecheggia il motto latino che suggeriva che la virtù sta nel mezzo, invitandoci a ricercare l’equilibrio. Potremmo utilizzare positivamente i risultati delle ricerche sul potere dell’abbigliamento per cercare di migliorarci, indossando qualche volta il costume di Wonder Woman o di Batman, qualche altra più semplicemente quella di buoni cittadini, conoscendo ed esercitando diritti e doveri.