Memoria - Quando eravamo Ladri di biciclette
Dopo 75 anni, tanti ancora scoprono o riscoprono Vittorio De Sica e la poetica dolente di una stagione irripetibile del cinema italiano.
| Protagonisti | |
|---|---|
| Vittorio De Sica | |
| Autrice | |
| Laura Bajardelli | |
| vedi altri articoli di Laura Bajardelli | |
Il 21 novembre del 1948 nei cinema italiani esce il film “Ladri di biciclette”. Un capolavoro, la pietra miliare del neorealismo italiano, dopo i grandi successi de “I bambini ci guardano” e “Sciuscià”, con i quali il grande cineasta ha portato alla fama internazionale il cinema-verità italiano. La telecamera sembrava entrare nella vita vera delle persone comuni. Nessun personaggio eroico, nessun evento epocale. Nessun intervento divino, nessuna propaganda o finalità educativa o pedagogica. La realtà, solo la realtà. Molte le polemiche ma anche un discreto successo di pubblico e soprattutto grande ammirazione da parte degli intellettuali di tutto il mondo, tanto da vincere l’Oscar nel 1949 come miglior film straniero.
Il soggetto è stato scritto da Cesare Zavattini prendendo spunto dal titolo dell'omonimo romanzo Ladri di biciclette di Luigi Bartolini. Il film è stato diretto, prodotto e in parte sceneggiato da Vittorio De Sica. Al centro di questa storia una comunissima bicicletta che per Antonio Ricci e la sua famiglia può consentire la svolta per la sopravvivenza e per il riscatto di quest’uomo prossimo alla sconfitta. Ricci, infatti, ha trovato un nuovo lavoro come attacchino municipale ma deve disporre di un mezzo per spostarsi. L’occasione è l’unica e forse l’ultima, per questo la moglie Maria impegna le lenzuola al Monte di Pietà per riscattare la bicicletta. Ma quello stesso destino che troviamo nei protagonisti dei Malavoglia di Verga, volge lo sguardo su questa storia e, inevitabilmente, il primo giorno di lavoro un ladro ruba la bicicletta. Ricci reagisce, prova a inseguire il ladro, denuncia il furto ma… si tratta solo di una comunissima bicicletta. Banale ma indispensabile per Ricci che non si rassegna e con il figlio Bruno la cerca per tutta Roma. Sembrano quasi farcela ma la sfortuna si accanisce, ancora una volta. Antonio ha ancora un sussulto e tenta di ribellarsi alla propria natura e al proprio destino, tentando di rubare una bici incustodita fuori dallo stadio durante una partita di calcio. Ma il tentativo è maldestro. Il proprietario lo coglie sul fatto e lo punisce esemplarmente davanti a tutti. Soprattutto davanti agli occhi del piccolo Bruno che, colmi di lacrime, salveranno il padre dalla denuncia. La tragedia è evitata. Bruno, figlio del suo tempo, pur bambino conosce già la vita e proverà a fare coraggio al padre prendendolo per mano nel ritorno verso casa.
Illuminanti le parole di Vittorio De Sica : “il mio scopo è di rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca, anzi nella piccolissima cronaca, considerata dai più come materia consunta. Che cos’è infatti il furto di una bicicletta, tutt’altro che nuova e fiammante, per giunta? A Roma ne rubano ogni giorno un bel numero e nessuno se ne occupa, giacché nel bilancio del dare e avere di una città, chi volete che si occupi di una bicicletta? Eppure, a molti che non possiedono altro, che ci vanno al lavoro, che la tengono come l’unico sostegno nel vortice della vita cittadina, la perdita della bicicletta è un avvenimento importante, tragico, catastrofico”.
Nessun attore professionista, girato quasi in presa diretta, e così realista da rinunciare persino a truccatori e parrucchieri. A tanti non era piaciuto che il film rappresentasse in modo fin troppo realistico un Paese alle prese con il dopoguerra, con macerie e miseria ovunque, e questi uomini, e persino i bambini, vinti e soli. E ancora più fastidioso, senza cercare la consolazione o la solidarietà né in chiesa né in una sezione del partito comunista. Tanto che in Unione Sovietica il film si concludeva con un finale accettabile per il regime. Questa storia come altre raccontate dal grande Vittorio de Sica disturbavano il quieto vivere che faticosamente si stava ricostruendo dopo la guerra. Per tantissimi altri, italiani e stranieri, il film è stato ed è tuttora un capolavoro.
Interessanti le storie di contorno a questo film, come l’amicizia – pur con molti chiaroscuri - tra Vittorio De Sica e lo sceneggiatore Cesare Zavattini, e con i tre amici coraggiosi che finanziarono questo progetto difficile, ossia l’avvocato Ercole Graziadei, Sergio Bernardi e il Conte Cicogna, lasciando a De Sica tutta la libertà necessaria ad esprimere la sua poetica, così che non dovesse scendere a compromessi con lo star-system hollywoodiano snaturando appunto il neorealismo.
Dopo la stagione neorealista, il talento di De Sica continuò a risplendere come regista, ricordiamo in particolare “Ieri, Oggi, Domani” e “Il giardino dei Finzi Contini”, che gli valsero il Premio Oscar nel 1965 e nel 1972, “Matrimonio all’Italiana” e “La Ciociara”. De Sica è stato anche un grande attore, prima di teatro e poi di cinema, e ha dato vita a personaggi molto amati e così popolari da diventare icone della cultura collettiva come il conte Max e soprattutto con il maresciallo Carotenuto, protagonista del celebre ciclo dei “Pane, amore e …”. Una carriera lunghissima, dal Processo Clemenceau” del 1917 fino a “L’eroe” del 1974, diretto dal figlio Manuel. Oggi sulle orme del nonno Vittorio troviamo anche i nipoti. Già la vita privata di Vittorio De Sica non poteva che svolgersi tra palco e realtà e se pensassimo a una colonna sonora sentiremmo la sua voce charmant cantare “Parlami d’amore Mariù”.
