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Relazione di Giampaolo Berni Ferretti al convegno Tolleranza Alternativa del 18 ottobre 2018

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A me spetta il discorso introduttivo, il più difficile: Io devo rompere il giacchio, farvi interessare. L’argomento è di quelli difficili: Voltaire, l’ultimo dei poeti drammatici, su di lui Wolfgang Goethe ebbe a dire: Fu Voltaire che suscitò personalità come Didetor, D’Alembert, Beumarchais, ed altri ancora, giacchè per poter essere semplicemente qualcosa al suo confronto, bisognava essere molto. In realtà, con la sua prosa sarcastica, tagliente ed elegante, con la sua passione per la giustizia e il suo sconfinato amore per la tolleranza, con il suo riso e le sue sfuriate, Voltaire è l’emblema della cultura illuministica.

Per Voltaire Dio esiste, c’è. Ma c’è anche il male. Come conciliare la massiccia presenza del male con l’esistenza di Dio? La risposta di Voltaire è che Dio ha creato l’ordine dell’Universo fisico, dove la storia è affare degli uomini. Questo, per Voltaire, è il nucleo dottrinale del deismo. Il deista è uno che sa che Dio esiste; però, scrive Voltaire nel Dizionario Filosofico, “il deista ignora come Dio punisca, favorisca e perdoni; perchè non è così temerario da illudersi di conoscere come Dio agisca…la religione del deista è la più antica e la più diffusa; perché la semplice adorazione di un Dio ha preceduto tutti i sistemi di questo mondo. Egli parla una lingua che tutti i popoli possono intendere, benchè per il resto non s’intendano affatto tra di loro. I suoi fratelli sono sparsi nel mondo da Pechino alla Caienna, tutti i saggi sono suoi fratelli”. Il deista “ritiene che la religione non consiste né nelle dottrine d’una metafisica, né di vani apparati, ma nell’adorazione e nella giustizia. Fare il bene, ecco il suo culto; essere sottomesso a Dio, ecco la sua dottrina… .Egli soccorre l’indigente e difende l’oppresso”…Per il deista l’esistenza di Dio non è un articolo di fede, bensì un risultato della ragione: “Per me scrive ancora Voltaire nel Dizionario filosofico, è evidente che esiste un Essere necessario, eterno, supremo, intelligente; e questa allora non è verità ma ragione… . La fede consiste nel credere non ciò che sembra vero, ma in ciò che sembra falso al nostro intelletto …c’è la fede in cose meravigliose, e la fede in cose contraddittorie e impossibili”. L’esistenza di Dio, pertanto è un fatto di ragione, La fede, invece, è soltanto superstizione: “Quasi tutto ciò che va oltre l’adorazione di un Essere supremo e la sottomissione del cuore ai suoi ordini eterni, è superstizione”. Per questo per Voltaire le religioni positive, con le loro credenza, i loro riti e liturgie, sono quasi tutti cumuli di superstizioni.

Voltaire diversamente da Pascal, non pensa che tutto è male: “Perché mai dovremmo provare orrore per il nostro essere? La nostra esistenza non è così infelice come ci si vorrebbe far credere. Considerare l’universo come un carcere e tutti gli uomini come criminali da essere giustiziati è un idea da fanatico”, “Il male c’è: gli orrori della malvagità umana e le pene delle catastrofi naturali non sono invenzioni dei poemi “…”oggi diremmo dei mass media… “Sono fatti nudi e crudi che urtano con forza decisiva contro l’ottimismo dei filosofi, contro l’idea del migliore di mondi possibili”. Nel Candido Voltaire manda in frantumi tutta la filosofia ottimistica che vuol giustificare tutto. Candido è un capolavoro, un racconto tragicomico. La tragedia sta nel male, nelle guerre, nelle sopraffazioni, nelle malattie, nei soprusi, nell’intolleranza, nella cieca superstizione, nella stupidità, nelle ruberie, nelle catastrofi naturali (come il terremoto di Lisbona) in cui Candido e il suo maestro Pangloss si imbattono; e la commedia sta nelle insensate giustificazioni che Pangloss ed il suo allievo Candido, cercano nelle sventure umane. In realtà il mondo il mondo è pieno di problemi. Compito di ognuno di noi è quello di non eludere i nostri problemi, bensì quello di affrontarli facendo quel che è possibile per risolverli. Il nostro mondo non è il peggiore dei mondi possibili, ma non è neppure il migliore. “Bisogna coltivare il nostro orto”, bisogna cioè affrontare i nostri problemi, perché questo mondo possa gradualmente migliorare o, perlomeno, non diventi peggiore.

Proprio perché questo mondo diventasse più civile e la vita più sopportabile. Voltaire combattè per tutta la vita la grande battaglia per la tolleranza. La tolleranza, per Voltaire, trova il suo fondamento teorico nel fatto che, come hanno dimostrato “uomini come Gassensi e Locke, noi non possiamo saper nulla, con le nostre sole forze, dei segreti del Creatore”. Non sappiamo chi è Dio, non sappiamo che cos’è l’anima, e tante altre cose….ma c’è chi si arroga il diritto divino di onniscienza, e da qui l’intolleranza.

Nel Dizionario filosofico, alla voce “tolleranza”, leggiamo: “Che cosa è la tolleranza? E’ l’appannaggio dell’Umanità. Noi siamo tutti impastati di debolezza e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre balordaggini, è la prima legge di natura. Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surata, o di Bassora, il guebro, l’ebreo, il maomettano, il deista cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero, trafficano tutto il giorno assieme: e nessuno leverà mai il pugnale sull’altro per guadagnare un anima alla sua religione. E perché allora noi ci siamo scannati quasi senza interruzione, a partire dal primo concilio di Nicea?”. La nostra conoscenza è limitata e siamo tutti soggetti all’errore, qui sta la ragione della tolleranza reciproca: “in tutte le altre scienze siamo soggetti all’errore. Qual teologo o tomista o scotista oserebbe sostenere seriamente che egli è assolutamente sicuro del fatto suo?”. ….è chiaro che “noi dobbiamo tollerarci mutualmente, perché siamo tutti deboli, incoerenti, soggetti all’incostanza e all’errore. Un giunco piegato dal vento contro il fango dovrà forse dire al giunco suo vicino piegato in un senso contrario: “Striscia come striscio io, miserabile, o ti denuncerò per farti sradicare e bruciare?”. L’intolleranza si intreccia alla tirannia e “il tiranno è quel sovrano che non conosce altre leggi che il suo capriccio, chi si appropria degli averi dei suoi sudditi, e poi li arruola per andare a prendere i beni dei vicini”.Un attacco al “mostro” dell’intolleranza fu condotto da Voltaire con il suo Trattato sulla tolleranza. Verso la fine marzo del 1762, un viaggiatore che proveniva dalla Linguadoca si ferma a Ferney e narra a Voltaire di un fatto che aveva agitato la città di Tolosa. Qui, il negoziante calvinista Jean Calas era statto da poco suppliziato, impiccato e bruciato per ordine del Parlamento della città. Calas era stato accusato di aver ucciso suo figlio Marc-Antoine allo scopo di impedirgli di farsi cattolico. In realtà, si trattò solo di un caso di barbara e crudele intolleranza religiosa. Una folla inferocita di cattolici fanatici e giudici anch’essi fanatici condannarono un innocente. Sotto l’emozione di questi fatti, Voltaire scrive il Trattato sulla tolleranza. E, come leggiamo in una lettera del 24 gennaio 1763, scritta ad una persona amica, egli stende il suo lavoro per il seguente scopo: “Non si può impedire ormai che Jean Calas venga suppliziato ; ma è possibile rendere i suoi giudici esecrabili, ed è questo che io auguro loro. Così mi sono azzardato a mettere per iscritto tutte le ragioni che potrebbero giustificare questi giudici; mi sono lambiccato il cervello per trovare il modo di scusarli, e non ho trovato altro modo per decimarli”. Parlando del caso Calas, Voltaire adduce tutta una lunga serie di orrori dovuti al fanatismo e all’intolleranza. Ebbene, ma quale sarà mai il rimedio contro questa malattia tanto feroce? La risposta del saggio illuminista fu: “Il miglior mezzo per diminuire il numero di maniaci, se ne rimangono, è di affidare questa malattia dello spirito al regime della ragione, che lentamente ma infallibilmente illumina gli uomini. Questa ragione è dolce, è umana; ispira l’indulgenza; soffoca la discordia, consolida la virtù, rende gradita l’obbedienza alle leggi, più che la forza non ne assicuri l’osservanza. E non si terrà nessun conto –prosegue Voltaire- del ridicolo universale che oggi circonda il fanatismo? Questo ridicolo è una potente barriera contro le stravaganze di tutti i settori…”. Contro le stravaganze, per esempio, di quei teologi che sono gonfi di fanatismo e di odio. Ma, per fortuna, “la controversia teologica è una malattia epidemica, dice Voltaire, che sta per finire; questa peste, da cui si è guariti, non esige più che un regime di mitezza”. Per Voltaire, “il diritto naturale è quello che la natura indica a tutti gli uomini. Avete allevato vostro figlio, egli vi deve rispetto perché siete suo padre, riconoscenza perché siete suo benefattore. Avete diritto ai prodotti della terra che avete coltivato con le vostre mani. Avete dato e ricevuto una promessa, questa deve essere mantenuta”. Il diritto umano per Voltaire “non può in nessun caso fondarsi che su questo diritto di natura; e il più grande principio, il principio universale dell’uno e dell’altro, è su tutta la terra: <Non fare ciò che non vorresti sia fatto a te>. “Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; anzi è ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi”, per dei punti di vista differenti. E’ stato J. Benda a sostenere che le idee di Voltaire ispirarono la legislazione della Rivoluzione francese, quella della Terza Repubblica, e sono alla base della teoria della democrazia. E, in realtà, “i grandi principi dello stato laico, della sovranità popolare, dell’uguaglianza dei diritti e del dovere, del rispetto delle prerogative naturali degli individui e dei popoli, della necessità di una pacifica convivenza delle differenti opinioni nel seno della vita sociale, dei diritti imprescindibili alla libertà di pensiero, e dei vantaggi della libera critica; la generosa e ottimistica idea di una lotta incensante contro i pregiudizi e l’ignoranza e di una fiduciosa propaganda per la diffusione della cultura, come strumenti essenziali per il progresso della nostra civiltà: tutti questi motivi, che erano pur stati agitati e trattati con maggiore e minore intensità da tanti scrittori del Settecento, e talvolta già nel Seicento o del Cinquecento, furono ripresi da Voltaire, rinnovati e sostenuti con un acume analitico così chiaro e persuasivo, con una ricchezza di riferimenti storici e di richiami polemici alla realtà contemporanea, con un vigore sintetico, una coerenza morale e un coraggio così assoluti, che la loro efficacia ne apparve moltiplicata ad un tratto; e si può dire che soltanto con lui cominciarono a far corpo e pesare in modo veramente decisivo”: Possiamo dire che Voltaire fu un massone “virtuale” tutta la vita.

Bibliografia

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