Uomini al bivio tra natura matrigna e scommessa di Pascal
| Protagonisti | |
|---|---|
| Eventi climatici | |
| Autrice | |
| Laura Bajardelli | |
| vedi altri articoli di Laura Bajardelli | |
Periodicamente alcuni argomenti tornano in primo piano; in queste ultime settimane al centro delle discussioni c’è la natura intesa in molte sue accezioni: dalla fauna selvatica ai vulcani, dalle montagne a laghi e fiumi, che fanno notizia in genere per fenomeni estremi e distruttivi che colpiscono l’uomo, che appare fragile e inerme davanti alla furia.
Alcuni di questi eventi catastrofici sono causati dalla forza della natura, come terremoti e maremoti, alluvioni e inondazioni o – al loro estremo opposto – la siccità; altri eventi invece si definiscono “Natech” quando l’evento naturale scatena disastri tecnologici, un esempio è stato il terremoto del 2011 in Giappone che ha danneggiato la centrale nucleare causando una fuga di radiazioni. Purtroppo, la frequenza degli eventi Natech pare destinata a crescere in futuro, a causa di fenomeni naturali sempre più estremi – dietro i quali in realtà c’è la mano dell’uomo - combinati a sistemi industriali interconnessi e di maggior complessità. Tra gli eventi catastrofali si annovera infine un’altra tipologia, gli eventi antropogenici, causati dall’uomo, come incidenti nei trasporti o nell’industria, o ancora atti terroristici o la guerra. Certo, non sono naturali, però un impatto sulla natura possono generarlo. Così come tutti questi eventi hanno un impatto sull’economia di un’area più o meno estesa.
E quando questi eventi accadono, tipicamente ci si divide in accese tifoserie per trovare colpe e colpevoli, scusanti e teorie alternative, soluzioni per risolvere il caso specifico o l’intera casistica. C’è chi è fatalista, chi capisce la connessione profonda tra le azioni dell’uomo e gli impatti che provocano sul mondo naturale; altri ancora leggono gli eventi avversi come una versione moderna delle piaghe d’Egitto: una punizione divina per il comportamento egoista degli uomini, che saccheggiano la Terra, seguendo stili di vita, di produzione e di consumo che stanno esaurendo e distruggendo le risorse naturali, senza pensare alle conseguenze di breve periodo né tanto meno di lungo. Dominatori e non custodi del creato.
Insomma, sviluppo e sfruttamento senza limiti, il principio alla base di questo comportamento è meglio un uovo oggi che una gallina domani, senza troppo pensare alla qualità di questo uovo. L’uomo moderno, novello prometeo, ha rotto il patto con la divinità che si vendica. La mitologia di ogni cultura ed epoca è popolata da divinità capricciose, crudeli o amabili, che l’uomo cercava di ingraziarsi per ottenere favori o limitare la vendetta.
Le riflessioni sul ruolo dell’uomo rispetto alla natura – se sia custode o padrone/dominatore- e se la natura sia al servizio dell’uomo o se sia ostile o se, più semplicemente, sia neutra e faccia il suo corso a prescindere dalle nostre aspettative, attanagliavano già gli antichi.
A me in questi giorni sono però tornate alla memoria le Operette morali di Giacomo Leopardi, ed in particolare il “Dialogo della Natura e di un Islandese”. In estrema sintesi: l’islandese sta peregrinando da tempo per cercare di evitare i patimenti causati dagli uomini e dalla Natura “non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire”, ma gli riesce difficile fuggire dalla Natura, che lo perseguita continuamente con il troppo freddo d’inverno e il troppo caldo d’estate, con tempeste, terremoti e tutti i possibili eventi catastrofici naturali.
Dopo lungo peregrinare, l’Islandese inaspettatamente si imbatte proprio nella Natura che ha una forma “smisurata di donna seduta in terra” e un “volto mezzo tra bello e terribile”, e queste sono le emblematiche battute finali del loro dialogo: all’affermazione dell’Islandese “mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere”, la Natura risponde: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? (…) sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei. (…) La vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento”.
Certo la risposta della Natura non è consolatoria, è terribile perché non contempla né speranza né empatia o solidarietà, però credo sia vera.
Di recente qualche eminente studioso ha affermato che il cambiamento climatico non sia colpa dell’uomo ma dipenda da molti fattori, naturali ed antropici; io penso valga comunque la pena accettare una sorta di scommessa di Pascal, questa volta non sull’esistenza di Dio ma sugli effetti dell’uomo sulla natura, e fare il possibile per promuovere le azioni necessarie a combattere il cambiamento climatico.