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Categoria: ARTE - CULTURA

Il paradosso, l’assurdo, l’ironia: le uniche difese rimaste all’umanità

Un viaggio nella mostra di Enrico Baj a Palazzo Reale, Milano Di Laura Bajardelli Enrico Baj, uno dei più originali e provocatori artisti italiani del XX secolo, è al centro di una straordinaria mostra a Palazzo Reale di Milano che celebra il centenario dalla nascita. Intitolata “Baj chez Baj”, la mostra esplora l’universo creativo dell’artista, […]

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Un viaggio nella mostra di Enrico Baj a Palazzo Reale, Milano

Di Laura Bajardelli

Enrico Baj, uno dei più originali e provocatori artisti italiani del XX secolo, è al centro di una straordinaria mostra a Palazzo Reale di Milano che celebra il centenario dalla nascita. Intitolata Baj chez Baj”, la mostra esplora l’universo creativo dell’artista, caratterizzato da un’incessante ricerca dell’assurdo e del paradosso come mezzo per criticare la società contemporanea.

Il Pensiero di Enrico Baj

Nato a Milano nel 1924, Enrico Baj ha sviluppato un linguaggio artistico unico, combinando elementi del dadaismo, del surrealismo e dell’arte informale. La sua opera è caratterizzata da un’ironia tagliente e da una critica feroce alle strutture di potere e alla guerra in particolare. Baj credeva fermamente che il paradosso e l’assurdo fossero le ultime difese rimaste all’umanità di fronte alle atrocità e all’alienazione del mondo moderno.

Per Baj, l’arte non era solo un mezzo di espressione estetica, ma una potente arma di critica sociale. Questo pensiero è evidente in molte delle sue opere, dove figure grottesche e simboli militari si intrecciano per creare immagini di forte impatto emotivo e intellettuale.

Le opere in mostra

La mostra a Palazzo Reale offre una panoramica completa della produzione di Baj, dalle prime opere degli anni ’50 fino ai lavori degli anni ’90. Si inizia con “Apocalisse”, una delle sezioni più impressionanti, realizzata a più riprese tra il 1978 e il 1983, evoca creature grottesche e minacciose che simboleggiano le paure e le ansie dell’era contemporanea. Baj utilizza queste figure, realizzate con materiali di recupero e tecniche miste, per rappresentare le forze distruttive che minacciano l’umanità, dalla sovrappopolazione, all’indottrinamento al pericolo atomico e alla devastazione ecologica. È un inferno surreale e tragicomico.

Un’altra serie significativa di Baj è dedicata all’arte nucleare, sintetizzata nell’omonimo manifesto: “Le forme si disintegrano: le nuove forme dell’uomo sono quelle dell’universo atomico, le forze sono cariche elettroniche”. Le scoperte scientifiche del dopoguerra, i frutti del progresso tecnologico e biologico, ma anche gli incubi e le paure dell’uomo dopo Hiroshima e Nagasaki stanno alla base della sua ricerca che oscilla dall’ignoto dello spazio profondo a quello delle particelle e degli atomi che compongono la materia. Troviamo una pittura primordiale, degli aggregati di materia dall’aspetto e dalle movenze umanoidi, come nell’opera “I fidanzati con la suocera”. L’artista esprime la sua preoccupazione per la minaccia nucleare e la distruzione dell’umanità e, utilizzando un mix di tecniche e materiali, ci tramette un senso di urgenza e un avvertimento sulle conseguenze devastanti della guerra nucleare.

Gli ultracorpi di Baj hanno l’aspetto di golem dalle grandi teste che si muovono tenerelli su sottili gambette e, grazie alla notte della ragione, si intrufolano nella vita domestica come tenere e buffe bestiole. Troviamo quindi mostri in combinazioni ironiche e provocatorie, per dirla con parole di Baj “le modificazioni vennero dall’idea di provare a usare quali fondali (…) tele dipinte in stile commerciale kitsch quelle tele che si vendono nei mercati rionali o di paese e che vengono prodotti in serie a gran velocità e abilità da pittori appunto detti commerciali. (…) e così violentavo un bel paesaggio lacustre o un tramonto napoletano introducendovi un ultracorpo o qualche altro personaggio nato dal mio mostrificare”.

Gli ultracorpi mutano e assumono una forma più definita e riconoscibile nei celebri “Generali”: una serie di ritratti satirici di alti ufficiali militari con coccarde, fasce e medaglie e con una dentatura spaventosa, atta a mordere. “Quand’ero piccolo – ricordava Baj – vedevo le sfilate, le parate militari, la fanfara, le piume dei bersaglierei, le bandiere al vento ed ero felice. La guerra manco sapevo cos’era. Ora so che ci sono i generali a Mosca come a Washington, Parigi, Saigon, Roma e Pechino”. Questi lavori, realizzati con una tecnica mista che combina pittura, collage e qualsiasi tipo di materiale di recupero come medaglie, pezzi di meccano, bulloni e passamanerie, sono una denuncia visiva della follia della guerra e del militarismo. Sosteneva Baj: “La guerra è la follia più grande dell’umanità, e l’arte è il suo antidoto“.

Le “Dame” sono altre figure emblematiche nel repertorio di Baj. Le prime Dame degli anni Sessanta sono nate come degne compagne dei Generali, anche se più piccole e delicate. Dagli anni Settanta, le dame crescono di dimensione, di ricchezza di decori e il nome sempre più altisonante a simboleggiare che sono diventate indipendenti. In ogni caso, rappresentano una critica alla superficialità e all’ipocrisia della società dell’apparire.

Un’altra sezione della mostra è dedicata ai Funerali dell’Anarchico Pinelli, un ciclo di opere ispirate alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto da una finestra della questura di Milano nel 1969. Baj utilizza questa tragica vicenda per riflettere sulla violenza e sull’ingiustizia, trasformando il dolore in arte.

L’eredità di Baj

L’opera di Enrico Baj continua a esercitare una forte influenza su generazioni di artisti e critici. Il suo uso del paradosso, dell’assurdo e dell’ironia come strumenti di critica sociale rimane un esempio potente di come l’arte possa reagire ai mali della società, un antidoto all’apatia e al conformismo che può mantenere viva la capacità critica dell’umanità. Per lo meno per chi ha voglia di osservare e farsi domande. Pensiamo al suo universo parascientifico e altri ultracorpi che si insinuano nella vita domestica con le tenere movenze di buffi mostriciattoli per poi svelare la loro natura bellicosa. Un’allegoria illuminante allora come oggi.

La mostra a Palazzo Reale non è solo un omaggio al genio di Baj, ma anche un invito a riflettere sulle sfide del nostro tempo attraverso il suo sguardo disincantato e provocatorio: “l’allegria può distruggere il sistema perché al contrario delle nuove e venerate divinità rispondenti ai nomi di Produzione e Consumo, essa è limite, è regola interiore, è contezza di sé e di cose semplici: non per miseria mentale ma per saggezza”.

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